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Tegan And Sara: Vi presentiamo “Heartthrob”

Avere più trent’anni, sette dischi alle spalle e non sentirli. È con allegria, cordialità e simpatia che Tegan & Sara accolgono il nostro sparuto gruppo di giornalisti presenti nella sede Warner a Milano per una round table riguardo al loro ultimo disco, “Heartthrob”, nel pomeriggio di domenica 10 novembre, giusto prima del concerto serale ai Magazzini Generali.

Qual era il vostro stato d’animo durante la composizione di questo album?
Sapevamo di voler fare un lavoro che sorprendesse le persone, perché pensiamo che attualmente la musica pop sia veramente… popolare! E non solo pensando a chi ascolta Katy Perry o Beyoncè o qualunque altro artista, ma in un senso più ampio di pop, anche riguardo alle tecniche e ai mezzi che tutti ora stanno usando per fare musica. Noi eravamo interessate proprio in questo, e ci siamo spostate dalla musica rock per passare ad un diverso uso di strumenti, tastiere, pianoforte, programmazione… sembrava essere semplicemente il tempo giusto, e questo ci ha stimolate. Sai, siamo vecchie, abbiamo trent’anni, sette album alle spalle… volevamo fare qualcosa di diverso!

In questo album avete composto assieme la maggior parte delle tracce. Come siete arrivate a questo passo?
Siamo in giro da molto tempo ma ogni volta che fai un nuovo album c’è un momento in cui ti senti ispirato e vuoi fare qualcosa di diverso. Per quanto mi riguarda nello specifico ho scritto molte canzoni senza avere la sensazione che fossero così emozionanti da farci un disco, e poi le (a Sara, ndr) ho inviato la canzone “Closer” e lei immediatamente mi ha risposto dicendomi di continuare a scrivere. Ha cominciato a collaborare con me, cosa che non succede molto spesso. E ho visto questa cosa prendere forma nel futuro, un album di Tegan & Sara che sarebbe stato molto collaborativo. Ma per fare questo dovevamo trovare un terreno comune, visto che le nostre storie ci portava su direzioni molto diverse… Io ho gravitato sempre più verso una canzone rock impulsiva, mentre lei (Sara, ndr) tende verso una musica più introspettiva, riflessiva, profonda, da indie rock, quindi dovevamo ridurre il campo d’azione riguardo le influenze per concentrarci su qualcosa che entrambe amavamo. E entrambe amiamo il pop, entrambe abbiamo avuto diverse collaborazioni con artisti pop, così abbiamo deciso di unire il nostro amore per il pop con le nostre capacità di collaborare con altre persone per fare un album che riflettesse un diverso tipo di Tegan & Sara, ma con ancora molto di Tegan & Sara originarie.

Cosa direste ad un vostro fan di lunga data che fosse deluso da questo nuovo album così diverso dal suono indie dei lavori precedenti?
Quando abbiamo pubblicato “So Jealous”, l’album prima di “The Con”, i fan che avevamo amato “If It Was You” lo hanno odiato, e quando “The Con” è uscito, chi ci amava per “So Jealous” ha detestato quello che abbiamo fatto con “The Con”. È la natura di essere artista: le persone vogliono che tu rimanga sempre nel modo in cui più gli piaci. Ma credo che per un artista questo sia come morire, quello di riproporre sempre sempre sempre di nuovo la stessa cosa. L’unico modo che io conosco per rimanere creativamente vivi è fare qualcosa di diverso, e il rischio di deludere i fan è meno importante del rischio di deludere me stessa. Se facessi un album per cui non sia ispirata, sarebbe più difficile per me che per i fan essere soddisfatta. Quindi abbiamo deciso di tentare la sorte e fare qualcosa di diverso.
[PAGEBREAK] Credete che la scena musicale indie sia cambiata da quando avete intrapreso la vostra carriera?
Assolutamente si. Ormai è un ambito così grande che la gente comincia a chiedersi cosa voglia dire “scena indie rock”, visto anche che molti musicisti “indie rock” pubblicano con etichette non indipendenti e vendono centinaia di migliaia di album. Credo che negli ultimi sei-sette anni ci sia stato un emergere di diversi generi e che si vada perdendo il concetto di “indie” come “non popolare”, visto che ci sono band come Dead Cab For Cuties o Arcade Fire che non sono per niente “indie”! Sono famosissimi a livello mondiale. Penso che l’indie rock sia da mettere da parte in quanto non esiste più l’indie rock. Noi non siamo mai state indie rock! (ride) Solo per poco, poi siamo andate avanti e la scena musicale è cambiata. La gente ha cominciato a fare cose elettroniche, cose dance, con le barriere che continuavano a crollare, come delle facciate. Sono solo facciate, è una scena creata non dai fan ma dai giornalisti, i quali definiscono in un certo modo un certo tipo di musica, e questa facciata continua a crollare visto che i musicisti continuano a fare diversissimi tipi di musica. Negli ultimi anni, almeno per quel che mi riguarda, ho visto gruppi lavorare e creare ognuno il proprio sound. Mi sembra inoltre che come negli anni Ottanta e Novanta ci sia gente che muore dalla voglia di sperimentare musicalmente, sia nella produzione di musica che nella scrittura, sperimentare visualmente o con l’interazione con il pubblico. La gente vuole provare cose nuove e sfruttare internet e il download digitale per diffondere la propria musica e trovarsi un pubblico.

Com’è stato lavorare a quest’album con un team così numeroso? Com’è stato affrontare una tale varietà di input?
È divertente perché in realtà il team era lo stesso degli altri album: noi due e un produttore. Sembra più grande dall’esterno ma in realtà non lo era. Abbiamo lavorato per due mesi con Greg Kurstin, ed eravamo solo noi tre, in una stanza con un sacco di strumenti. Sembrano tanti se li elenchi tutti ma in realtà non lo sono. Greg ha prodotto otto canzoni e poi abbiamo lavorato con altri due produttori per fare del materiale extra… Alla fine non è stato difficile tenere tutto insieme. Io (Sara, ndr) sono una purista, mi piace lavorare con una persona alla volta, anche se mi sono stupita di essere così flessibile e di saper lavorare assieme ad altre persone. È stato veramente divertente e molto stimolante dal punto di vista creativo per noi.

Avete collaborato con molti artisti differenti. Qual è la collaborazione che ritenete essere stata la migliore?
Beh, quella con Tiësto è stata la prima vera collaborazione che abbiamo fatto e “Feel It In My Bones” è stata grandiosa. L’abbiamo fatta perché è stata la prima occasione per collaborare, e ha aperto le porte in quel senso. È stato pure il primo con cui abbiamo lavorato in un modo non emotivo, del tipo “No no non mi piace questa parte, prova la seconda” e via dicendo, con noi che ci guardavamo e ci dicevamo “Ok, continuiamo a scrivere”. Quando crei la tua musica hai una forte sensazione, del tipo “Oh, ho creato questa cosina” e quando qualcuno arriva dicendoti cosa cambiare la reazione tipica è di tipo materno, come “Oh no, è il mio piccolo!”. Lavorare con qualcuno è vedere le tue creazioni tolte dalle tue mani e stravolte da cima a fondo. Questo ci ha aiutate, ci ha rese meno focalizzate sul piccolo dettaglio e più attente al risultato nel suo complesso.

Come vedete la vostra carriera ora, che avete un gran numero di album alle spalle pur essendo ancora giovani? Che piani avete per il futuro?
Creo proprio che continueremo a registrare dischi. Soprattutto vedendo come si è sviluppato “Heartthrob” abbiamo la sensazione che ci sia molto altro ancora da dire, molto terreno da coprire. Ci sentiamo in piena fibrillazione dal punto di vista creativo e continueremo a creare musica. Nel breve periodo ci dedicheremo al tour, al nostro pubblico e a creare nuove opportunità per divertirci a nostra volta. E troveremo poi un altro modo di sorprendere i nostri fan e i giornalisti. Continuiamo a dire che magari arriveremo a fare un album country!

Quanto la vostra vita privata ha influenzato il nuovo stile di quest’album?
Credo che abbiamo sempre mantenuto un equilibrio su quanto della vita privata e delle esperienze abbiamo messo nelle nostre canzoni, ma siamo anche consapevoli che sono le nostre esperienze che influenzano e danno forma alla nostra musica. Credo siamo sempre state capaci di evitare il grottesco eccesso di condivisione, nel senso che ci sentiamo capaci di scrivere in modo di evitare che i nostri amici e parenti, ascoltando una nostra canzone, finiscano per riconoscersi o riconoscere altri. [PAGEBREAK] È importante per noi avere un legame con il pubblico e per far ciò questo deve sentire che noi veramente sperimentiamo qualcosa, e questo è il motivo per cui scriviamo canzoni. Perfino all’età di trentatré anni quando mi siedo a scrivere m’immergo il più a fondo possibile nel passato. Ci sono artisti che più invecchiano diventano più riservati, ma noi facciamo parte della generazione che condivide qualunque cosa online, e crediamo che tutto diventerà sempre più intimo, riguardo alla nostra musica e con i nostri fan. C’è chi giura che “The Con” sia stato il nostro album più intimo, ma io credo che in “Heartthrob” diciamo cose veramente dirette rispetto ai nostri sentimenti, sensazioni, paure, frustrazioni, insicurezze, passioni, in un modo in cui non ci saremmo mai sentite a nostro agio a vent’anni. Se guardo ai testi dell’epoca, a canzoni che vengono definite “veramente oneste e profonde” mi domando cosa ci sia scritto. Non so neanche cosa stessimo dicendo, era un linguaggio pieno di metafore e allegorie!

Quello del 10 novembre è l’unica data in Italia del vostro tour. Che rapporto avete con il pubblico italiano, e cosa pensate dell’Italia?
Noi crediamo che i nostri fan spagnoli e italiani sono sempre i più intensi, anche perché sono paesi che visitiamo raramente, e spesso si lamentano per questo. Speriamo comunque che lo show di stasera sia soddisfacente, e ci carica il fatto di non essere passate di qui per dieci anni. Amiamo l’Italia. Ogni volta che siamo venute qui ci siamo divertite un sacco. È stato il primo posto dove siamo venute quando abbiamo iniziato il primo tour tredici anni fa, e ci diede una bellissima impressione. E poi amiamo il cibo italiano. È forse l’aspetto più importante!

L’incontro si conclude poi con saluti allegri e qualche foto, a dimostrazione di come, nonostante il successo, queste due ragazze siano rimaste le persone normali di sempre. Magari altri avessero imparato dalla loro lezione.

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