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Teho Teardo: Maps of the imagination

Musica da film, note scritte per lo schermo: riprendiamo in mano una rubrica essenziale per un sito che si occupa di cinema e musica come LoudVision e iniziamo un percorso di esplorazione tra le colonne sonore di oggi, di ieri e di domani.

Se la fama e l’ammirazione degli appassionati si concentrano spesso sul solo nome del compositore, non vanno però trascurate le mani e gli strumenti dei musicisti, quelli a cui solitamente spetta l’ultimo tratto dei titoli di coda e che tuttavia fanno materialmente i brani che ascoltiamo. Perché la scrittura è fondamentale ma è l’esecuzione a dare forma, carattere, struttura, soprattutto quando la colonna sonora non segue le regole classiche del commento ma incide in modo massiccio sulla messa in scena.

All’indomani dell’annuncio delle cinquine per i David di Donatello, è Teho Teardo – candidato per “Il Gioiellino” di Andrea Molaioli – a raccontarci la qualità indipendente della propria musica, alla costante ricerca, come dice Ennio Morricone, di «un’originalità fatta di forme difficili attraverso l’uso della ripetizione, applicando un’economia di materiali e un personale minimalismo».

Quale ruolo hanno i musicisti che lavorano con te e i loro strumenti nella costruzione della tua musica (colonne sonore e non)? Penso soprattutto a Martina Bertoni, Alexander Balanescu, Erik Friedlander e ai loro violini e violoncelli: quanto conta l’esecuzione nel tuo processo di scrittura e definizione dei pezzi?
Nel mio lavoro di compositore l’aspetto legato alla pura notazione è piuttosto contenuto, la mia musica si basa anche sull’intenzione e sull’esecuzione, quindi i musicisti che suonano, me compreso, hanno un ruolo determinante.
Compongo musica pensando che poi saranno proprio loro ad eseguirla, non dei musicisti qualsiasi, ma persone con cui sono perfettamente in sintonia; in più, io stesso suono molti strumenti e mi piace eseguire quanto scrivo.

Ti sei avvicinato per la prima volta alle colonne sonore con “Denti” di Gabriele Salvatores e da allora hai affiancato e integrato il lavoro per il cinema alla tua attività di musicista cominciata già negli anni ’80: com’è suonare dal vivo in un concerto brani tratti da colonne sonore? Si aggiungono suggestioni in più, anche per chi ascolta?
Per me si tratta di musica ed esiste da ben prima del mio rapporto con il cinema, musica che riesco a portare al cinema e quindi diventa anche una colonna sonora, ma prima di tutto è musica e, in quanto tale, può esser eseguita durante i concerti. Amo moltissimo suonare dal vivo.
[PAGEBREAK] Se scorriamo la tracklist di una tua colonna sonora troviamo titoli scritti indifferentemente in italiano o in inglese, a volte frammenti di sceneggiatura (specialmente nel “Divo” di Paolo Sorrentino), più spesso grumi di parole, criptici e personali.
La mia musica è libera ed i titoli spesso si riferiscono a motivi che hanno innescato la scrittura di un brano, altre volte invece non c’entrano nulla.
Il meccanismo dei titoli non è facile da spiegare in poche parole, comprende riferimenti che vanno al film ma anche alla mia vita, che rimane ben più importante. Il titolo è quasi sempre slegato dalla collocazione del brano all’interno della storia, se parliamo di un film.
I primi tre titoli del cd dell'”Amico Di Famiglia”, letti in successione, formano una frase, altre volte sono messaggi ad altre persone, delle mappe. Insomma, c’è un pezzo di carta su cui si può scrivere e io lo faccio.

Nelle partiture che componi per i film non c’è mai il “tema” di un personaggio, o se pure c’è a livello musicale, non è il titolo a indicarlo in maniera chiusa e quindi non solo la composizione ma anche l’ascolto, per noi, è molto più libero.
Non troverai mai i titoli riferiti a un personaggio o peggio ancora il “tema” del personaggio perché non scrivo per temi, ma stabilisco con il film dinamiche differenti, che escono dai soliti meccanismi di commento in cui il tema è l’asse portante.
Il tema diviene tale perché reiterato e così lo spettatore ascoltandolo più volte comincia ad inquadrarlo come un tema. Avendo una grande passione per la ripetizione, la reiterazione e il minimalismo, preferisco muovermi diversamente e impostare una relazione con la drammaturgia del film seguendo altri binari.
Cerco intensità nella musica, non voglio fare intrattenimento, e questo vale anche per il cinema, anzi soprattutto al cinema, dove spesso la musica è scritta solo come commento alle immagini senza mai cercare un parallelo drammaturgico con il senso della storia. Per me diventa “film” quando quello che si vede e quello che si sente convergono in un unico elemento.

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