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Tempus Fugit

È un sabato italiano che grazie al cielo poco ha da condividere con gli stereotipi nazioonal-popolari inneggiati da Sergio Caputo quello che ospita in seno alla PalaSharp la kermesse a tinte hard-rock promossa dalla Live. I capelli tendenti al grigio predominano tra il pubblico eterogeneo che affolla (senza riempirlo) il tendone milanese, ma ancora di più tra coloro che calcheranno progressivamente il palco. Arriviamo lievemente in ritardo, ma non abbastanza per perdere lo show di Pino Scotto: nei venti minuti scarsi di concerto che siamo riusciti a cogliere, più che la musica i veri protagonisti sono quel fantastiliardo di parolacce, bestemmie e sermoni deliranti (a dire il vero neanche tanto) che contrappuntano il gramelot del pino nazionale – praticamente una puntata di DataBase dal vivo, interrotta di quando in quando dalla musica. Scherzi a parte, il buon Pino sta a Ozzy come la Bonarda sta al Jack Daniel’s, ed alla fine della fiera risulta difficile farselo stare antipatico.

Giusto il tempo di sgombrare il palco ed è tempo di rock’n roll, gentilmente offerto dai Quireboys, la pub-band per eccellenza, che dimostra fin da subito una buona affinità anche con un environment dalle dimensioni che di primo acchito avremmo pensato non essergli congeniale. Spike è un consumato (in tutti i sensi) performer che prende per mano l’ultimissima incarnazione della propria creatura (la formazione originale è oggi rappresentata dal solo Guy Griffin) e la conduce per mano lungo una mini-maratona rock che si concluderà, purtroppo, solo un’ora più tardi. La voce levigata dal fumo e dall’alcol di Spike non potrebbe essere più rock’n’roll, e se qualcuno volesse davvero convincervi che i ‘boys sono la risposta inglese ai Black Crowes, mandatelo a comprarsi qualche disco dei Faces. Il set, breve ma intenso, alterna abilmente vecchio e nuovo. Dal nuovissimo lavoro “Homewreckers And Heartbreakers” spiccano “I Love This Dirty Town” e “Mona Lisa Smiled”, mentre con “This Is Rock’n Roll”, dall’omonimo disco del ritorno targato 2001, Spike e soci stabiliscono le regole del gioco. Inevitabilmente, sono gli hit oramai quasi ventennali ad esaltare un’audience più partecipe di quanto ci saremmo aspettati. Il bordello scatenato da “Hey You” e “Seven O’Clock” è davvero impagabile, e solo parzialmente mitigato da “There She Goes Again”. Per tutti quelli convinti che un concerto dei Quireboys non è un concerto dei Quireboys senza “I Don’t Love You Anymore” e “Sex Party”, purtroppo questo non è stato un concerto dei Quireboys, dato che i due pezzi in questione sono stati criminalmente lasciati da parte, nonostante la netta sensazione (leggasi: li abbiamo intravisti in scaletta) che l’omissione non fosse volontaria.

Saltata per non meglio precisati motivi tecnici l’esibizione degli elvetici Gotthard (un peccato, li avremmo visti volentieri), tocca a Duff McKagan ed al suo progetto Loaded intrattenere il pubblico che progressivamente cresce in termini di presenze. Considerati i trascorsi del giraffone, era lecito aspettarsi una performance esaltante. Lecito, ma non scontato: assistiamo ai primi pezzi per dovere di cronaca (e per scattare qualche foto), poi la noia corroborata da un’esibizione tutto sommato piatta, monocorde e priva di reale mordente lascia prendere il sopravvento all’appetito, per cui abdichiamo a favore di piadine e birra mentre in lontananza solo gli echi di “I Wanna Be Your Dog” provano a convincerci che forse è il caso di rientrare. Senza peraltro riuscirci.

Di ben altra caratura l’attesissimo show degli Extreme, freschi di reunion e recentemente tornati alla release con “Saudades De Rock”, un disco all’apparenza sotto tono ma che sentiamo crescere di giorno in giorno. La parole chiave è professionalità, evidente fin dalla preparazione del palco e dai test sonori, sapientemente orchestrati da un Nuno Bettencourt in pseudo-incognito, che avvolto in un kaffetano ed agghindato con una folta barba posticcia dirige i roadies nelle attività pre-concerto. Finalmene si spengono le luci e finalmente, dopo 13 anni, gli Extreme tornano a calcare un palco italiano. Si parte con il nuovo singolo “Comfortably Dumb”, ma il botto lo fanno infilando una dietro l’altra “Decadence Dance”, “Rest In Peace” e “It’s A Monster”: suoni perfetti, perizia tecnica impeccabile ed un Gary Cherone corto-crinitio in forma fisica smagliante che salta e balla come non ci fosse un domani. Tra una “Play With Me” ed una “Cupid’s Dead” non poteva mancare l’inevitabile “More Than Words”, allergenica come poche. Ottima “Take Us Alive”, ma la vera devastazione arriva con “Get The Funk Out”. Si chiude con i toni soft di “Hole Hearted” e la promessa di non aspettare altri tredici anni prima di tornare dalle nostre parti. Molto simpaticamente, il buon Nuno ci annuncia infatti che la prossima volta torneranno tra…12 anni. Comunque grande show, anche se forse un filino troppo freddo e calcolato.
[PAGEBREAK] La numerosità delle magliete con il classico logo TS che brulicano all’interno del Pala Sharp lasciano intuire quale sia la performance più attesa della giornata. È il venticinquesimo anniversario di “You Can’Stop Rock’n Roll” ed il buon Dee Snider ha deciso di venire a festeggiarlo qui da noi. La parola d’ordine è una sola: The Kids Are Back! Annunciato dal ritmo assassino di “It’s A Long Way To The Top” degli AC/DC, l’uragano Twisted Sister travolge le prime file. L’impatto è semplicemente mostruoso. Vedere un ultra cinquantenne vestito come se Frank’n’Further avesse rubato i vestiti ed il beauty alla Zia Jole sarà anche ridicolo, ma andatelo a spiegare alle migliaia di sciamannati che pogavano come disperati nella prima cinquantina di file! Per dirla con un francesismo, stasera i Twisted Sister hanno deciso di spaccare il posteriore ai passeri e di dar vita ad uno dei migliori show a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. L’età non è un problema, le rughe sul volto di Dee Snider sono coperte dal make-up, ma l’energia è quella di 25 anni fa. La scaletta è micidiale e ripercorre tutto il periodo d’oro della band: “The Kids Are Back” precede “Stay Hungry”, “Captain Howdy” sfocia in “I Believe In Rock’n Roll” mentre “The Fire Still Burns” non è solo una canzone, è una dichiarazione d’intenti. Snider osserva inorgoglito la folla e sussurra un what the fuck, why wait?, sul quale la band attacca una “We’re Not Gonna Take It” che nessuno crediamo abbia osato non cantare a squarciagola. I comprimari sono gli stessi di allora, Jay Jay French e Eddie Ojeda alle chitarre, Mark Mendoza al basso e AJ Pero alla batteria: le solite facce, la solita grinta. Lo stillicidio di brani storici è totale. La diabolica “Burn In Hell”, con uno Snider spettralmente illuminato da uno spot rosso, incorpora un breve drum-solo dalle sonorità tipicamente ’80s che sfocia nella classicissima “Under The Blade”. Finalmente si chetano i toni, solo per dare la possibilità allo Sniderone di far cantare al pubblico un happy birthday per la moglie Suzette di cui oggi ricorre il compleanno, ed alla quale viene dedicata il lentone spezza cuori “The Price”. Si tratta di calma apparente, l’uragano torna a montare con “I Am And I’m Me” e “Live To Ride-Ride To Live”. Poteva mancare “I Wanna Rock”? Decisamente no, il biondone chiama sul palco gli Extreme, che nel frattempo si godevano lo spettacolo da bordo stage, ed il PalaSharp esplode nuovamente. Lo show volge al termine con una devastante “SMF”, per la gioia di tutti i sick motherfuckers presenti.
Il cantante e i suoi scudieri sono visibilmente al settimo cielo, sinceramente colpiti dal calore dalla dimostrazione d’affetto che, ci si creda o meno, l’audience milanese ha loro riservato. Inevitabili le promesse di un ritorno a brevissimo, con annessa dichiarazione di voler essere presenti al Gods Of Metal 2009. Che tornino o non tornino, lo vedremo. Certo è che questa sera abbiamo scoperto (o riscoperto) di quanto questo triste pianeta abbia ancora bisogno dei Twisted Sister.

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