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“Teresa canta Pino”, incontro con Teresa De Sio a Napoli [INTERVISTA]

Disco presentato nella particolare location della Galleria Farnese all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con alle spalle il bellissimo gruppo scultoreo de Il Supplizio di Dirce o Toro Farnese il 12 gennaio, alla presenza del direttore del Museo Dott. Paolo Giulierini, Alex Daniele, figlio di Pino e Luisa Pistoia di Sosia & Pistoia.

Una buona ora intensa di ascolto in esclusiva del disco, che nonostante l’eco della Galleria potesse apparentemente rovinarne l’acustica, profumava di Napoli, di folk popolare e di sapori mediterranei, quasi a toccarne i colori della città solo chiudendo gli occhi, è arrivata lei, la Regina come viene definita nella sua terra, mito che lei ha voluto sdoganare con la copertina dell’album, e si concede a noi giornalisti in tutta la sua travolgenza ed estrosità.

Teresa perchè hai voluto segnare il tuo ritorno sulle scene discografiche con un disco di cover?

Un disco devozionale perché alla fine degli anni Settanta, Pino, ha tracciato un solco dove ognuno di noi musicisti poi è entrato seguendo la sua strada.

La vostra amicizia è cosa nota, tanto da essere definiti il Re e la Regina di Napoli…

Esatto, questa immagine è proprio smitizzante. Non eravamo Re e Regina ma il gallo e la gallina. Lui era il gallo, il grande cantore e io sono la gallina perché gli giro intorno. E perché mi piaceva per una volta darmi da sola della gallina: penso che nessuna donna avrebbe questo coraggio.

Da quanto tempo maturavi la voglia di cantare il tuo beniamino?

In tutto questo tempo ho anche scritto brani inediti per un altro progetto. Si può dire che è pronto, le tracce suonate e cantate ci sono, è come dire sprovinato. Mentre “Teresa canta Pino” bolliva da un po’ più di tempo, ma mi sono trattenuta dal farlo uscire per una serie di motivi. Posso dire: “troppa sensibilità ci voleva ad affrontare le canzoni di quello che era più di un amico, quasi un fratello? O forse mi sono tenuta lontano da un lavoro che avrebbe suscitato sicuramente delle polemiche?” Non mi interessavano né l’una né l’altra cosa.

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A proposito delle canzoni, come è avvenuta la selezione? È stata scelta emotiva o d’opportunità, pensando di far conoscere ai più giovani i brani più celebri e allo stesso tempo non scontentare l’immaginario dei fans più accaniti di Daniele?

Innanzitutto, dico: quando faccio una cosa non ho mai in testa a chi possa essere destinata, forse è un errore strategico, ma non artistico. Tra l’altro dopo tanti album autoprodotti e lo è anche questo, c’è una grande distribuzione come la Universal che ha tutto il catalogo precedente mio e di Pino. Per le canzoni: ho scelto immediatamente di privilegiare nel materiale immenso che avevo a disposizione, Pino Daniele napoletano. A mio avviso più rappresentativo di se stesso. E ho preferito una volta concentrata sul progetto di costruire un «balance» tra le canzoni più note che tutti conoscono e cantano come O’scarrafone o Quanno chiove e alcune chicche come Serenata a fronn’e limone e Fatte ‘na pizza che sono importanti perché sotto un’apparente leggerezza spezzano stereotipi duri a cedere»

L’unico tuo contributo artistico è rappresentato da “’O Jammone”, in cui ne elogi – a parte le doti umane – le sue innate doti musicali e artistiche.

La sua più grande qualità è stata la sua grande capacità di sintesi. In lui esiste quel giro armonico perché va bene per quelle parole. Con il suo far sintesi è riuscito a dar importanza alla parola cantata. D’altronde questo è alla base del blues e del folk ed è il giocare con le parole musicate e le musiche parlate. Molto di ciò è poi riportato nella mia carriera e nell’esperienza con il rock e il folk

Teresa, qualche anticipazione sul tuo futuro?

A marzo partirà il tour di concerti di «Teresa canta Pino» e fra un anno dovrebbe uscire il nuovo disco, stavolta di brani totalmente inediti.

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