Home > Recensioni > Terminator Genisys

2029. Sul punto di conseguire la vittoria contro le macchine, il capo della resistenza John Connor (Jason Clarke) manda indietro nel tempo Kyle Reese (Jai Courtney) per impedire che il Terminator inviato da Skynet nel 1984 uccida sua madre Sarah (Emilia Clarke). Resee, però, si troverà in un passato molto diverso da quello che si aspettava.

La storia di “Terminator Genisys” di Alan Taylor inizia mostrandoci quello che nel primo film ci è stato solo raccontato, per poi prendere una strada diversa.

Come ha fatto J.J. Abrams con la serie classica di “Star Trek”, anche questo reboot usa l’espediente di una linea temporale alternativa per ripartire senza i limiti imposti dai capitoli precedenti. Giocare con viaggi del tempo e paradossi, però, non è cosa facile: serve un’attenzione ai particolari e una destrezza narrativa che gli sceneggiatori Laeta Kalogridis e Patrick Lussier non possiedono. “Terminator Genisys” non si preoccupa minimamente della coerenza interna, incappando con noncuranza imbarazzante in incongruenze sempre più evidenti.

La storia sembra essere costruita partendo da un unico presupposto: giustificare la presenza di un invecchiato Arnold Schwarzenegger in quello che dovrebbe essere il primo capitolo di una nuova trilogia. Ma nel fare questo, nessuno sembra preoccuparsi di capire cosa siano stati, effettivamente, i due “Terminator” di James Cameron.

Il primo, infatti, è un film adulto, angosciante e dal ritmo serrato, quasi uno slasher dalla premessa fantascientifica, in cui il T800 è una macchina di morte inarrestabile, mentre “Terminator 2” riesce nel tentativo di reinventarsi in film d’azione\avventura per tutti, in cui la componente più leggera è limitata a pochi e selezionati momenti, senza compromettere la tensione.

Terminator Genisys” eccede in questo approccio da commedia, inserendo molteplici riferimenti ai primi due film con una superficialità disarmante, reiterando goffamente le catchphrase di Schwarzenegger e relegandolo, in molti casi, a comic relief. Il film di Alan Taylor sembra così ruotare esclusivamente sul tentativo di compiacere i fan, alludendo al passato cinematografico della saga, senza coglierne lo spirito, e arrivando a parodiarlo (perché, quando il pubblico scoppia continuamente in fragorose risate durante un film nel quale i protagonisti lottano per scongiurare un olocausto nucleare, qualcosa deve essere andato storto).

Un film della saga di “Terminator”, però, dovrebbe avere poco in comune con operazioni come quella alla base de “I Mercenari”. Si meriterebbe una buona sceneggiatura, in grado di rendere la tensione della storia che racconta, non un vuoto involucro, diretto in modo impersonale e interpretato da sagome inespressive senza la minima profondità psicologica (su tutti, Emilia Clarke e Jai Courtney, assolutamente inadeguati a rende la drammaticità di personaggi che dovrebbero battersi strenuamente per cambiare quel futuro che sembra già scritto).

La cosa peggiore è che forse, partendo dagli stessi presupposti, si sarebbe potuto girare un reboot almeno dignitoso. Sarebbe bastato prestare più attenzione alla qualità della storia, invece di pensare a come sfruttare quella nostalgia del passato di cui la nostra generazione è ormai prigioniera.

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