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Terrence Malick: Il chiassoso silenzio

68 anni, 41 anni di carriera, 1 cortometraggio, 5 film, 2 nomination all’Oscar e 38 anni di quasi totale invisibilità e silenzio mediatico: sono questi i numeri di un regista che è una leggenda vivente e oggetto di culto. La sua riservatezza è proverbiale, quasi come quella di Kubrick che almeno di tanto in tanto si faceva vedere, Terrence Malick invece non si presenta neanche per ritirare una Palma D’Oro, mica un premio qualsiasi.

Perché così tanto mistero? Alcuni dicono che Malick è un genio un po’ snob, altri pensano che tale riservatezza sia l’unico modo per proteggere la purezza dei suoi lavori dalle parole che inevitabilmente snaturano il risultato di qualsiasi artista in qualsiasi campo, figuriamoci nel cinema dove spesso si chiacchiera fin troppo.

A parlare sono i suoi film, in modo spesso contorto, altre volte più esplicito, sempre in grado di lasciare il segno. Le tematiche del cinema di Malick non sono solo genericamente varie, sono sterminate, benché sia possibile ricondurle a due principali filoni: i rapporti dell’uomo con la famiglia e il rapporto dell’uomo con la natura.

Partiamo però dal principio, o quasi. “La Rabbia Giovane” è una delle opere più intense mai realizzate da un regista esordiente nella storia del cinema americano e sicuramente un pilastro della New Hollywood quasi quanto uno Scorsese o un Pollack: Malick si impone come nuovo faro di un cinema indipendente libero da schemi classici che guarda alla sostanza e giustifica i mezzi acerbi e intellettualmente violenti puntando alla rappresentazione estrema di una realtà per troppo tempo mascherata o smussata da stili troppo ricercati e quindi innaturali. Holly e Kit sono ribelli senza causa negli Stati Uniti di fine anni ’50: schiacciati da una società che non li comprende, i due ragazzi instaurano un rapporto che funziona a momenti alterni, spinti più dal desiderio egoistico di non affrontare da soli il mondo più che da una vera necessità. Forse sono state proprio le controversie nate dal film, secondo molti troppo crudo, ad aver spinto in seguito Malick in un ermetismo quasi totale.
[PAGEBREAK] Si dice kubrickiano, scorsesiano, lynchiano, alleniano, bergmaniano ma per nessuno quanto per Malick suona appropriato l’aggettivo “malickiano”, per definire quella peculiare oscillazione tra l’onirico e il concreto, tra il critico e il moralista che pone sempre i personaggi al centro delle narrazioni.
Che cosa spinge l’uomo a relazionarsi con la realtà in un modo piuttosto che in un altro? E cosa provoca questa scelta, interiormente ed esteriormente? Sono totalmente le scelte umane a produrre effetti concreti nella vita delle persone mentre alla natura appartengono il caso o il fato che solo parzialmente interferiscono nelle decisioni umane?

I Giorni Del Cielo” ha un approccio più storico e diretto agli avvenimenti, se paragonato ad altre opere di Malick: la suggestione delle ambientazioni e la fotografia lo rendono comunque affascinante ma la semplicità del racconto rimane un punto debole che toglie l’ambiguità necessaria a una interpretazione più profonda. Un film diverso, forse la pecora nera della sua brevissima e intensa filmografia, ma sicuramente non un prodotto minore.

Passano vent’anni, Malick affina la tecnica ed ecco che arriva come un fulmine a ciel sereno “La Sottile Linea Rossa“: cos’è questa linea? È il confine tra normalità e pazzia, tra umano e sovrannaturale, tra l’essere unico e l’appartenere a una comunità. La voce fuori campo di Jim Caviezel è la voce dell’umanità intera. C’è chi lo definisce il miglior film sulla guerra, non si tratta però di una guerra di nazioni e non si combatte coi fucili: è la guerra di tutti contro tutti, dell’uomo contro tutto e si combatte col pensiero. L’essere ospiti nella Natura provoca nell’umano un sentimento morboso di amore/odio ed esiste un’unicità nella diversità di reazione dei singoli individui di fronte a una situazione, quella bellica, di cui l’uomo cerca ingenuamente di disfarsi, pur avendola creata.
[PAGEBREAK] Il 2006 è l’anno di “The New World“: indeciso tra forma e messaggio, Malick realizza un’opera sulla natura e sulla condizione di nascita degli esseri umani, indiani d’America e bianchi europei. Sì certo, è la storia di Pochaontas, ma è molto di più, è l’inizio di tutto quello che conosciamo (il mondo occidentale, in sostanza) e un tentativo di capire come siamo arrivati a una separazione così netta tra uomo e mondo naturale e all’abbandono del rispetto delle realtà ancestrali. Un Malick più mistico, ancor più enigmatico.

In “The Tree Of Life” la preghiera dell’uomo alla Natura trova risposta negli eventi naturali, nel loro principio: il film più recente di Malick è l’ultimo tassello di una costruzione onirica e simbolista della realtà che diventa impenetrabile, inspiegabile. Una dimostrazione di presunzione? Magari ci sta prendendo in giro, o magari è davvero l’uomo timido, indeciso, pignolo e perfezionista che si nasconde per paura di essere frainteso.
Quel che è certo è che ogni spettatore è pari agli altri nella propria esperienza di visione, non c’è qualcuno che capisce più dell’altro: non ha senso cercare una spiegazione netta al cinema di Malick o crederci quasi per dogma, perché sarebbe non solo un errore ma un atto di arroganza.

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