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  • Terry Brock: Back To Eden

    Terry Brock

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Il giardino dell’Eden di Terry Brock

Mettiamola in questi termini: se comprate solo due dischi AOR all’anno, fate che uno di questi sia l’esordio solistico di Terry Brock, ugola dorata che ricorderete tra le fila degli Strangeways di “Native Sons” e “Walk In The Fire”. Attualmente in forza ai pomp-rockers The Sign di Mark Mangold (American Tears/Touch/Drive She Said) e Billy Greer (Kansas), il personaggio in questione è titolare di un curriculum impressionante, che contempla una militanza “on the road” con la Steve Morse Band ed innumerevoli comparsate in veste di backing-vocalist su dischi AORristicamente fondamentali come il primo Aviator, “Everybody’s Crazy” di Michael Bolton e l’omonimo debut-album dei Valentine, tanto per citarne solo tre. Questo primo parto solistico, discograficamente offertoci dalla sempre attiva Frontiers, è uno di quegli album che ti riconcilia con un genere come l’AOR che, con mio sommo rammarico, si affaccia al nuovo millennio in preda ad una sorta di crisi di identità (chi ha detto mancanza di idee???), dalla quale si sta risvegliando solo grazie ad uno sparuto manipolo di giovani bands come Vertical Horizon, Marvellous 3, Tsar, Lifehouse etc. (ovvero la cosiddetta “new breed” americana) che pur mantenendone le caratteristiche di base, ne ha riletto la struttura proponendola in chiave “moderna”, sia in termini di impostazione stilistica che di “attitude”. A parte questo, il buio. Scorrete la lista delle uscite dell’ultimo paio di anni e vi accorgerete che le cose migliori sono arrivate dai “dinosauri” del genere: i redivivi Journey, il “vecchio” Brian McDonald, i The Sign, i Survivor… grandissimi dischi, per carità, ma le nuove bands che fanno? Questo “Back To Eden” non offre alcunchè di rivoluzionario: puro AOR incontaminato, in cui tutti i classici stereotipi del genere vengono sapientamente dosati per dar vita ad un disco tanto straordinario nella sua semplicità quanto solidamente ancorato al sound degli ’80s: ballatone da brivido, mid-tempos accattivanti e melodie assassine, graziate dalla splendida voce di Brock, ma penalizzato da una produzione eufemisticamente definibile “approssimativa”, caratteristica purtroppo evidente in un buon 90% dei dischi rilasciati nell’ambito di questo genere. Ok, i budget saranno anche risicati ma qualche sforzino in più da questo punto di vista è lecito aspettarselo. [PAGEBREAK]I brani? Si apre con un intro in cui si accavallano brevi sequenze di alcuni pezzi forti del reportorio Brockiano, subito seguita da un ottimo mid-tempo intitolato “I Wanna Love Someone”. La successiva “Up All Night”, co-firmata da Mark Mangold, si presenta in tutta la sua anthemica esplosività grazie ad un refrain estremamente catchy e ad una linea melodica a metà strada tra Survivor e The Sign: devastante. “Native Sons” ha un titolo che è tutto un programma, ed anche a livello lirico non possono sfuggire i riferimenti agli amici di un tempo, i mai dimenticati Strangeways. Con “Waiting” arriva il primo, scontato ballatone strappalacrime da due di picche sentimentale, che fa il paio con la seguente “I Should’ve Known”: anche qui i due di picche si sprecano, ma quanto meno in termini di efficacia il livello sale decisamente. È quindi il turno della title-track, scritta a due mani da Brock e dal sempreverde Jim Peterik di Survivoriana memoria, per una traccia che potrebbe tranquillamente essere un left-over di “Vital Signs”. La ritmata “Forever Now”, firmata tra gli altri da Joe Lynn Turner, prelude “Your Man Again”, buon brano dal caratteristico incedere AORristico. Con “Light Of The Moon” le atmosfere si tingono di blues, perfetto trampolino di lancio per una strepitosa performance vocale del buon Terry. “Another Chance” ci riporta su temi classicamente melodic-rockeggianti, ripresi anche nella successiva “We Invented Love”, splendido pezzo che potrebbe ricordare i Tyketto di Danny Vaughn. L’album si chiude con la canzone meno tipica del disco, una “Coming Home” che con le sue tinte folk e le sue cornamuse riporta alla memoria il fantasma di Phil Lynott ed il Gary Moore di “Wild Frontiers”. In definitiva, un album che sicuramente non rivoluzionerà la storia del rock, ma che riaccenderà la fiamma dei vecchi nostalgici come il sottoscritto. Bellissimo.

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