Home > Report Live > Terzo giorno: fuoco a Milano

Terzo giorno: fuoco a Milano

The final countdown. Siamo in dirittura d’arrivo: terzo ed ultimo giorno di questa edizione dell’HJF.
Dopo la pioggia c’è sempre il sereno. Così è tornato il sole su questa Milano grigia. Temperatura quasi da Africa nera, ma siamo nel posto giusto. Qui di siccità non si può morire. Birra per tutti e alla salute.

Il primo ad esibirsi in questo forno a cielo aperto è Lorenzo Cilembrini, in arte Il Cile, unica presenza italiana tra gli artisti di quest’anno se escludiamo le band del contest. Veloce e indolore, cotto e mangiato.

Seguono The Parlotones, che giusto per essere coerenti con l’afa che tira, arrivano direttamente dal Sud Africa. Sembrano usciti da una scena di Arancia Meccanica: Kahn Morbee, voce e chitarrista del gruppo, si presenta con gli occhi segnati da lunghe ciglia nere e la bombetta nera sul capo, e mentre saluta sembra quasi dica “Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi”. No, non è DeLarge, e se l’immaginazione può tirare brutti scherzi, complice il caldo che fa venire le visioni, le orecchie ci restituiscono il senso del reale. “Push Me to the Floor” o “Save Your Best Bits” ci ricordano che sono proprio loro. E sono bravi, nulla da dire, la sperimentazione musicale c’è e la voce pure, ma mancano di energia nonostante dovrebbero essere abituati alle temperature torride. Quarantacinque minuti e sotto a chi tocca. Oggi la scaletta è ricca. E non sono concessi ritardi.

Si, ricca di numero ma i gruppi sembrano raccolti a caso per riempirla. Qualcuno, se può, ci spieghi cosa c’entrano i Crystal Castles in questa rassegna: il loro non è un live ma un dj-set. La platea, oggi per lo più in nero in onore degli headliner, The Cure, si scalda ed è solo per il sole. Per il resto resta alquanto perplessa e intontita e si divide tra chi ballerebbe anche senza musica con la birra che ha in corpo e il sole che ha in testa, e chi preferisce farsi due chiacchiere con questa pesante musica di sottofondo. Alla cantante, Alice Glass, piace fare rumore, ma da chi si esibisce a quest’ora sul palco dell’Heineken si ci aspetta altro, forse musica?

Ma non importa, ce ne dimenticheremo presto, manca poco e sul palco ci sarà una delle due pietre miliari della storia della musica presenti stasera: i New Order, nati dalle ceneri dei Joy Division nel 1980, come la fenice sono resuscitati. L’età media si alza, la qualità aspettiamo a dirlo.

Ebbene, chiediamo venia per averne temporaneamente dubitato: i New Order insegnano a chi ha calcato questo palco senza saperlo possedere, che ne devono ancora fare di strada questi bimbi per potersi atteggiare a veri artisti. Salgono sul palco, e l’ingresso è di quelli importanti se scomodano Mr. Morricone con il suo “Il Buono, il Brutto, Il Cattivo”. E chissà perché scelgono proprio quella del maestro italiano: se nel film si era innanzi a un duello improvvisato in un cimitero, qui il pubblico si arrende a loro, e di certo, se pur di nero vestiti, non sono tristemente in lutto. Lui, Bernard Sumner, ancor prima di iniziare, umilmente ringrazia nonostante sia il pubblico a ringraziare lui per aver portato finalmente (almeno per oggi) del rock serio su questo palco.

Il primo riff di chitarra e via. “Elegia”, “Idolation”, “True Faith”, “Ceremony”: Ian Curtis, ovunque sia, in quell’aldilà ignoto, veglia sulla band che con questi titoli sembra renderne omaggio. Ma niente di troppo religioso: Sumner poggia la chitarra a terra e si concede in una danza tutta sua che coinvolge anche i presenti. Poi raggiunge Gillian alla tastiera e a quattro mani continuano nell’esecuzione di “Temtation”. Danno i numeri con “5.8.6.” e quasi fanno rimpiangere di essere troppo normali. Certo la voce non è quella di Curtis ma la musica si e tanto basta.

Diventa buio, le tenebre arrivano e chiamano un nome: The Cure. La Cura. Niente Battiato però, l’essere speciale in questione non è solo una donna ma, squillino le trombe, Mister Robert Smith.

[PAGEBREAK]

Certo, dopo gli ex dei Joy Division l’ordine è stato ristabilito: tutto riacquisisce un senso, niente più mera elettronica ma solo musica vera. Così i personaggi che sembrano quasi esser venuti fuori da un film di Tim Burton, si apprestano a rendere omaggio alla mitica band di cui il regista è amico, band sopravvissuta a tre decenni di storia, che anzi ha scritto la storia.

Dopo nove anni, Smith e i suoi tornano a calpestare il palco del HJF: sono le 21:25 e lo spettacolo inizia. È di nuovo magia. “Plainsong” scatena l’incantesimo. In soli cinque minuti, il tempo di un unico brano, loro, i ragazzi che non piangono, emozionano il pubblico che qualche lacrima già la versa. L’inizio della fine. Ma meglio non ci si poteva augurare. Smith canta e dà vita propria ad ogni singola nota e parola, conducendo i presenti lungo un percorso onirico, ai margini tra sogno e incubo, tra romanticismo e inquietudine, amore e solitudine. Non resta altro che lasciarsi guidare e con le mani in alto, inseguirlo disegnandone la scia.

È un crescendo: “Pictures Of You”, “Lullaby”, “High”, “End Of The World” e ancora “Lovesong”, “Close To Me”, “Friday I’m In Love”. Tre ore di esibizioni no stop, giusto il tempo per dire un “Grazi” (ha mancato la e, Robert, ma per quello che ha regalato stasera ai presenti, quasi quasi ci piace di più quel grazie) e Smith ricomincia a cantare. A conferma del suo essere mito. Perché per chi crede che questi signori siano si una cura, ma per l’Alzheimer, che ormai arrivati al capolinea debbano lasciare il testimone ai più probabili eredi della tradizione malinconica inglese, i Radiohead, lo storico cantante della band ricorda che anche a 53 anni e col trucco sfatto non è da tutti calcare così quel palco mentre, a mò di gotico Atlante, sostieni quel tuo mondo interiore così complesso e spirituale a cui il pubblico di fedeli fa sempre ritorno numerosissimo.

E se è pur vero che i Cure facciano capo a un genere chiuso e solitario, assicuriamo che questa sera, qui, eravamo tutti insieme, un’unica cosa, solo per loro.
Si vede quando finiscono: gli orologi segnano le ore 00:20 e i Cure abbandonano il palco. Via loro, non resta più nessuno a sentire Audrey Napoleon. O forse qualcuno si, ma con poco interesse e solo per far fluire le uscite. In effetti, dopo Robert Smith e il suo faccione sudato, a vedere la bella dj, tutta high tech, cercare di mixare qualche pezzo, lascia un po’ l’amaro in bocca. Ma come sottofondo per avviarsi verso casa non è male, e allora spalle al palco e arrivederci.

L’Heineken Jammin’ Festival 2012 si è ormai concluso e non resta che smontare tutto e fare i conti. Tiriamo anche noi le somme: i RHCP hanno portato a Milano 27000 anime, contro le ipotetiche (perché a noi sembravano molte ma molte di più) 23500 dei The Cure. Per i Prodigy solo 8900 persone. Che dire, in tempo di crisi, forse neppure i bagarini hanno recuperato le spese di stampa. Ma almeno qualche ghiacciolo offerto si.
Il tempo ci ha graziati dalla sua ira funesta. Solo qualche secchiata d’acqua giù dal cielo un giorno, ma il palco è rimasto dove doveva essere e gli artisti si sono potuti esibire. Mica poco dato i trascorsi.
L’organizzazione tutto sommato è stata adeguata alla portata dell’evento, anche se a volte, a leggere le scalette delle tre giornate, veniva da chiedersi la logica che aveva portato ad unire generi così diversi. E allora scattava il quizzettone: trova l’intruso. Il resto è noto, è tutto passato.
Ma siamo ormai in clima vacanziero: l’estate è iniziata e questo Festival è stato la sua colonna sonora. Godiamocela finché dura. E a settembre tutti a pensare alla prossima edizione. Sarà ancora nel capoluogo lombardo? Chissà, intanto stessa spiaggia, stesso mare.

The Cure

“Plainsong”
“Pictures Of You”
“Lullaby”
“High”
“The End Of The World”
“Lovesong”
“Sleep When I’m Dead”
“Push”
“Inbetween Days”
“Close To Me”
“Just Like Heaven”
“The Edge Of The Deep Green Sea”
“The Hungry Ghost”
“Play For Today”
“A Forest”
“Primary”
“The Walk”
“Friday I’m In Love”
“Doing the Unstuck”
“Thust”
“Want”
“Wrong Number”
“One Hundred Years”
“Disintegration”

New Order

“Elegia”
“Cystal”
“Regret”
“Idolation”
“Ceremony”
“BLT”
“True Faith”
“5.8.6.”
“The Perfect Kiss”
“Bluw Monday”
“Temptation”
“Love Will Tear Us Apart”

Crystal Castles

“Plauge”
“Baptism”
“Courtship Dating”
“Crimewave”
“Air War”
“Alice Practice”
“Black Panther”
“Celestica”
“Suffocation”
“I Am Made Of Chaik”
“Not In Love”

Il Cile

“Tu Che Avrai Di Più”
“Il Mio Incantesimo”
“Siamo Morti A Vent’Anni”
“Cemento Armato”
“La Lametta”

Scroll To Top