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Têtes De Bois: Pedala. Pedala!

128 biciclette, un palco alimentato a pedalate e un gruppo che canta. Chi sono? Si chiamano Têtes de bois, band romana nata nel 1992 che conta molti successi all’attivo. Tornano con uno spettacolo particolare, un palco alimentato a pedali, finanziato dall’Assessorato alla cultura della provincia di Roma e Bari e installato, nella capitale, nella cornice suggestiva del quartiere di San Lorenzo.

È la settimana europea della mobilità, non sarà un caso far cadere questa perfomance proprio adesso. Cosa volete trasmettere?
Che è arrivato il momento di guardarsi bene in faccia e di guardare dove siamo e dove siamo arrivati, di prendere veramente coscienza e concretezza del destino del nostro pianeta, di come vogliamo vivere, di come vogliamo far diventare la terra per in nostri bambini. È un discorso che non ha nessun altro obiettivo che la percezione netta che diventerà un punto di svolta. La mobilità a pedali fa attenzione al tipo di sviluppo che veramente ci interessa: invece che camminare con un tir sulla schiena forse c’è un’idea di una nuova prospettiva. Al contrario se fossimo una schedina staremmo viaggiando, purtroppo, sull’1 fisso.

Come mai avete scelto le città di Roma e di Bari per il vostro eco spettacolo?
La città di Bari perché la Regione Puglia, nell’Assessorato alla mobilità, ha voluto sostenere economicamente il palco a pedali e ci ha chiesto di regalargli la prima, cosa che noi abbiamo fatto molto volentieri. Il posto è stato scelto perché simbolicamente indica scambio, movimento, incontro fra i popoli: il porto. Roma perché è una città in cui lavoriamo molto, quella che frequento in bici tutti i giorni e dove abbiamo trovato di nuovo una sensibilità nell’Assessorato alla cultura, che ha voluto degnare il primo giorno della settimana della mobilità con un evento unico al mondo.

Né troppo lento, né troppo veloce: così si va in bici. Perché l’amate così tanto?
La bicicletta concentra tutta una serie di passioni, di opportunità: è poesia e racconto, è concretezza, tragicità, libertà, volo, fatica, leggerezza, natura, alternativa al percorso obbligato. È tante di quelle cose che non te le saprei elencare tutte… e poi in essa, nei pedali, nei raggi, è scritta la storia del nostro paese. La bicicletta l’hanno usata i preti, i partigiani, i ladri (ci hanno fatto anche un film!), l’hanno usata i nostri nonni quando andavano a lavorare, le nostre nonne nei campi e oggi la usano gli stranieri che magari hanno solo quella nelle campagne del sud, vecchia, scassata, senza fari, senza luci, però ce l’hanno!

E tu perché la ami?
La bicicletta è il sogno di ogni bambino, anche il mio quando ero piccolo, perché quando ho capito che potevo superare il ponte di fronte casa in bici, cosa che non potevo invece fare a piedi, per me è diventata il simbolo dell’essere grande, dell’esplorare il mondo da solo! Chi è che non ricorda il primo giorno in cui ha levato le rotelle e ha cominciato a camminare e a trovare il “nuovo equilibrio”, dopo quello dei piedi. Quando poi ho visto il mio bambino Lao andarci senza rotelle è come se fosse successa una cosa vera, importante, un passaggio fondamentale nella sua vita e anche nella mia!

Al video “Alfonsina e la bici” partecipa Militant A, degli Assalti Frontali. Come è nata questa collaborazione?
Con Luca siamo amici da anni, ci stimiamo tanto e abbiamo fatto tante battaglie insieme, ci siamo incrociati in tantissime situazioni di sostegno a cause civili e politiche. Come spesso dicono i musicisti, era tanto che volevamo fare una cover insieme e finalmente l’abbiamo fatta, stavolta è successo per davvero. Gli abbiamo fatto ascoltare la canzone e gli è piaciuta tanto, è venuto da sé il lavorare insieme. Penso che Goodbike possa e debba unire divertimento e lirica, il verso, la poesia, il labirinto, le infinità di storie che sono raccolte dentro al mondo della bicicletta. Secondo me basta raccontare, perché la bicicletta il resto lo fa da sé.

Com’è scrivere musica per il cinema?
Se puoi lavorare immergendoti nel film, devo dire che è meraviglioso! Se lavori capendo il film, non essendo soltanto quello che serve al regista ma condividere la sua idea, come è successo a noi, credo che sia bellissimo perché musica e immagini viaggiano in maniera indissolubile. Noi siamo capaci di scrivere la musica e avere la percezione delle immagini di un film: questo vuol dire che già quella musica riesce a trasferire nell’aria, nel suo suono, anche le foto, il dipinto della scena, per cui ha un potere evocativo straordinario. Quante cose non farebbero paura senza musica che la provoca, o amore senza la musica che suggerisce commozione. Sicuramente è entrare in un grande racconto.

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Non siete nuovi a spettacoli originali e fuori dalle righe. Non avete mai avuto il timore di essere presi poco sul serio?
Siamo sempre stati presi poco sul serio! Ma questa io lo ritengo una fortuna perché come diceva Rimbaud, non si può essere seri a diciassette anni ma neanche tanto dopo. Conviviamo tranquillamente con questo timore direi e ognuno legge le cose che ama come vuole.

La vostra band non ha un nome italiano. Il vostro primo CD era fatto di canzoni tradotte di Brassens e Ferré. Cosa vi lega alla Francia?
Il senso di ospitalità che la Francia ha dimostrato per tutti i dissidenti politici nel tempo, l’amore per Léo Ferré, che secondo me è stato uno straordinario artista, forse il più grande sul piano musicale degli ultimi 30, 40 e forse anche 50 anni. Un genio assoluto, un poeta infinito, con una tangibilità, un’aderenza al reale così surreale e fantastica. Riusciva a toccare argomenti di cui è difficile parlare, era uno che si era opposto al confinare la canzone nel mondo dell’intrattenimento ed era riuscito a trasferirlo in quello della poesia.

E dal punto di vista personale?
Il mio papà era un insegnante di francese e per un periodo aveva lavorato all’estero, proprio in Francia: sono tornato in Italia qualche anno dopo carico di questi sapori. Da piccolo le note che si suonavano dentro casa erano proprio queste. Quando abbiamo fatto una band ci siamo proposti che la nostra palestra fosse questa. C’è chi inizia suonando il Coldplay, chi inizia suonando l’heavy metal, chi inizia suonando i cantautori. Noi abbiamo iniziato suonando Léo Ferré e Georges Brassens.

Come avete convinto Margherita Hack ad apparire nel video?
Non è stato per niente difficile perché lei è assolutamente un personaggio che non si prende troppo sul serio, per tornare al discorso di prima. È una donna meravigliosa, di grandissima espressività e ha accettato subito senza nessun motivo che non fosse quello di esserci. In una giornata torrida, nella mia ciclofficina sulla Via Prenestina si è divertita a far finta di suonare, a saldare, a fare tutto quello che vedete nel videoclip. È stata assolutamente commuovente e dovendo parlare di Alfonsina Strada, una donna contro il tempo, un’anticipatrice dei costumi, abbiamo creduto che lei fosse quella giusta perché negli anni Quaranta era impossibile trovare una donna che ha fatto quello che lei ha fatto, in un mondo super maschilista! È riuscita a qualificarsi come una scienziata, non deve essere stato facile. Poi Margherita è molto appassionata di bicicletta, se pensi che a 85 anni si è fatta la Trieste-Grado-Trieste, 100km e sosta per un pranzetto al porto, dici “Ma chi può pedalare al posto di Margherita? Margherita!”

Dove vi vedete nel futuro?

Sul palco a pedali! Per il momento questa storia ci assorbe tantissimo e abbiamo come al solito tutta una serie di altre cose bellissime che stiamo per fare. Musicheremo in diretta “La corazzata Potëmkin” al Palazzo delle esposizioni di Roma in novembre, due serate straordinarie ed emozionanti, che non vedo l’ora di vivere. Poi parteciperemo ad un altro progetto molto bello con Stefano Tassinari, pittore e amico del giro Lucarelli, questo giro bolognese con il quale tutti gli anni suoniamo dodici canzoni di un certo anno di quarant’anni fa, quest’anno è il 1971. Lui ricostruisce con grandissima cura, grazie anche agli archivi Rai, quell’anno invitando degli ospiti. Son venuti in passato Roberto Pagani, Puccini, Nada, Ottavia Piccolo e anche quest’anno ci saranno personaggi interessantissimi. Noi riarrangiamo per il teatro di Bologna 12 canzoni; ci piace moltissimo cantare e suonare e abbiamo riscoperto anche le canzoni di quegli anni lì.

Ai loro concerti non dimenticate di portare una bici e delle scarpe da ginnastica, chissà forse un giorno riusciremo tutti a farci convincere dalla loro idea della pedalata come metafora di crescita interiore.
Finalmente un segnale di originalità ed ecosotenibilità che usa la musica come veicolo per mandare un messaggio così importante alla società. Ci piacciono.

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