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Thao With The Get Down Stay Down: La catarsi e non aspettarsela

Mentre si prepara per la serata che la vedrà protagonista alla Casa 139, Thao Nguyen sbocconcella, insieme alla sua band (Adam e Willis Thompson – stesso cognome, nessuna parentela), una pizza non esistente in natura. E risponde alle nostre domande.

Mi ricordo di aver letto, qualche tempo fa, un tuo bell’articolo (per Bitch Magazine, ndr) in cui parlavi del “lamento” nelle canzoni sulla fine dell’amore. La cosa che più colpisce nei tuoi pezzi è la maniera in cui musica e testi seguono due strade completamente diverse: se da una parte hai liriche introspettive, dal punto di vista strumentale hai l’opposto – pezzi uptempo, ballabili. Come hai raggiunto questo equilibrio? Ci hai lavorato o è venuto spontaneamente?
Non mi interessava scrivere canzoni schiettamente tristi, non lo avrei trovato soddisfacente. Da ascoltatrice, preferisco ascoltare brani upbeat. Ma, da lettrice, e anche quando scrivo, voglio qualcosa che abbia significato. D’altra parte, quando mi trovo a mettere in piedi uno show voglio che il pubblico si diverta. Comunque l’equilibrio tra i due aspetti è sempre sorto in modo naturale. Anche se nel nuovo disco ho inserito un paio di pezzi che sono del tutto tristi, perché sentivo il bisogno di inserirli.

Credi nella musica come terapia? Quanto di quello che canti ha un effetto su di te nel momento in cui lo presenti a un pubblico?
A questo punto del processo sono più o meno lontana dalla canzone, perché ci ho convissuto per molto tempo. La catarsi avviene mentre scrivo qualcosa. Una volta che l’ho registrata, e la presento agli ascoltatori, la affronto in maniera distaccata. Le priorità cambiano quando devi trovare un contatto con il pubblico. C’è anche molta rabbia, nelle canzoni. Sul palco mi sento più libera, tutta la rabbia viene rilasciata.

Quindi c’è una specie di catarsi anche sul palco

Sì, di un altro tipo. Ma assolutamente sì, c’è catarsi sul palco.

Invece parlami di come si è sviluppato il tuo stile nel suonare la chitarra, il beatboxing e tutto il resto
Ma in realtà quello è nato come uno scherzo, faccio pena. C’è chi canta in maniera eccellente mentre fa beatboxing, io a stento riesco a ronzarci sotto un motivetto. Di tanto in tanto la mia concezione di beatboxing è quella di un ragazzino, dove per ragazzino intendo bambino di 3-4 anni.

Come ti sei trovata a collaborare con Andrew Bird?

In verità noi non ci conoscevamo: me l’ha presentato il mio produttore, Tucker Martine, che è suo amico. Gli ha domandato se volesse suonare in un mio brano, allora lui è comparso in studio una sera e abbiamo registrato tutto, molto velocemente. Ma è stata una bella esperienza, è un musicista formidabile.

Come hai messo insieme la band?
Io e il batterista frequentavamo lo stesso college e, un’estate, abbiamo incontrato Adam a uno show. Il primo tour è nato in maniera molto casuale, per una compilation dell’etichetta Kill Rock Stars. Quindi ho registrato una demo. Ma da allora siamo stati in tour praticamente sempre, senza una pausa. Pensa che quest’ultimo album l’ho scritto in pochissimo tempo, a distanza di un mese dalla data in cui saremmo dovuti entrare in studio. Praticamente, mandavo loro delle demo su cui lavoravano. Abbiamo registrato l’album in meno di dieci giorni.

Per concludere, ecco un giochino assolutamente inutile: essendo artisti sempre in viaggio, avrete memoria di molti Paesi che avete visitato. Ecco, qual è la prima immagine che ti viene in mente pensando a una città in cui sei stata? Non devi elencarle tutte, tranquilla.
Innsbruck: tutto grigio. Mi spiace, è l’unica cosa che riesco a pensare di Innsbruck

Hai dimenticato i negozi di souvenir
Non ne ho visti! Poi, Amsterdam: BICICLETTE.
Lille: la barca su cui abbiamo suonato: hanno riconvertito una barca in locale per concerti. È stato molto bello suonare lì.
Milano: riesco solo a pensare al palco, perché è la seconda volta che torno qui e non sono mai davvero uscita per visitare Milano.
Berlino: il treno
Colonia: la bottiglia di acqua di Colonia.

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