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The Abominable Bride: Sherlock al cinema

Sono passati esattamente 1895 giorni tra la messa in onda del primo episodio di “Sherlock” — serie targata BBC dedicata all’iconico detective inglese con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman — e la prima visione di “The Abominable Bride – L’abominevole sposa“, l’episodio speciale ambientato all’epoca originariamente concepita da Arthur Conan Doyle.

Nel mezzo Sherlock BBC è diventato parecchie cose: un fenomeno di portata mondiale a livelli raggiunti da pochissimi franchise, una pietra miliare capace di cambiare il linguaggio televisivo e cinematografico, oltre che un pezzo ormai fondamentale e imprescindibile del vastissimo canone doyliano.

Ricordo distintamente il periodo precedente a questi 1895 giorni in cui siamo tutti diventati sherlocked: si parlava di una serie BBC messa nelle mani del piccolo genio che aveva riportato in auge “Doctor Who” e che si preparava a sfidare un grande tabù del canone, quello legato all’epoca vittoriana, ambientando il tutto nella Londra contemporanea.

Quella che sembrava l’ennesima provocazione dell’ego ipertrofico di Steven Moffat è diventata la chiave di un successo straordinario: quel credere fermamente che Sherlock è, come dice in questo episodio “un uomo fuori dal suo tempo”, un archetipo, una solida struttura che può diventare ancora più rilevante se trasportata nel nostro tempo.

Sherlock della BBC è sempre stato fedele agli archetipi e alle strutture del nucleo doyliano, prendendosi di certo alcune libertà che lo gli hanno donato un carattere distintivo e unico, ma riuscendo, più di altri illustri predecessori, a esprimere l’autentico spirito dell’universo di Sherlock e Watson, anche andando a cozzare con quella patina conosciutissima di falsi storici amati come il cappello deerstalker o il Watson pingue.

Dopo essere riusciti nell’incredibile impresa di rendere ovvia la visione contemporanea di Sherlock Holmes, negandone a uno a uno gli stilemi vittoriani, a nove episodi di distanza Mark Gatiss e Steven Moffat si concedono divertiti il lusso di sbaragliare di nuovo tutto.

Quello che è stato presentato come un lusso extra, un alternative universe dedicato ai fan per spezzare l’attesa della quarta serie, è in realtà saldamente ancorato alla continuity della serie e alla sua essenza moderna. Nella Londra vittoriana continuano a muoversi il duo Sherlock e Watson così come concepiti nella serie, portandosi dietro i loro caratteri distintivi e moderni in quella che diventa una splendida cornice vittoriana, a cui è dedicato ampio spazio nei materiali aggiuntivi che verranno mostrati a quanti oggi e domani, 12 e 13 gennaio 2016, (ri)vedranno l’episodio al cinema, dove è sbarcato doppiato in italiano grazie a Nexo Digital.

Un’iniziativa mondiale che sancisce una croce sul calendario in un’epoca fluida di ripensamento della fruizione in sala (meno film, più eventi) ma anche della supremazia del linguaggio televisivo nel cuore degli spettatori. Non è difficile capire perché questa punta di diamante sia stata la serie capace di fare da apripista: basta vedere come appunto la chicca vittoriana diventi l’occasione per ampliare alcuni anfratti inesplorati del personaggio che ha reso celeberrimo Benedict Cumberbatch e rimediare ad alcune spiegazioni frettolose riguardanti l’altrettanto antologico nemico di sempre, interpretato da Andrew Scott.

Tornare indietro non significa però lasciarsi alle spalle le (pochissime) debolezze insite nella scrittura delle serie: se il compiacimento e l’auto-citazionismo sono comprensibili e facilmente perdonabili, non lo è altrettanto la chiusa del caso dell’abominevole sposa, un tentativo magari anche lodevole di rimediare a una delle critiche più giuste e continue ripetute alla scrittura televisiva tutta di Moffat.. ma condotto così frettolosamente e grossolanamente da confermare le sue difficoltà in quel senso.

Basta però uno di quegli abilissimi colpi di mano, basta uno sguardo d’intesa tra i due protagonisti, basta una frazione di secondo in cui “Sherlock” riesce a ribadire la potenza della sua identità, il suo modo unico di fare televisione avanti anni luce alla convenzionalità di tanti prodotti eccellenti oggi in onda per rendere imperdibile questo evento.

D’altronde la capacità di sviluppare un proprio linguaggio (a livello di messa in scena, scrittura, interpretazione, musica sino alla sontuosa produzione) e un proprio carattere differenziano “Sherlock” dalle migliori declinazioni televisive attuali, a cui non bastano nove episodi per proiettare attorno a sé e allo spettatore uno carattere così forte da influenzare e attrarre a sé lo scenario culturale attuale e la mente dello spettatore.

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