Home > Recensioni > The All American Rejects: Move Along

Forma o sostanza?

“Move Along” è uno di quei dischi inattaccabili per definizione, troppo patinato per essere tacciato di noncuranza, troppo perfetto per essere scagliato senza pietà nella fogna delle peggiori uscite discografiche del 2005, troppo “giusto” per non essere preso in considerazione persino dal più ostinato detrattore dell’easy-listening americano. Ma inattaccabile anche perché, grazie ad una produzione artistica (Howard Benson al mixer) mirata ed ineccepibile, si erge a fiero alfiere dell’ormai rodato college-rock a stelle e strisce, vale a dire tutto quel filone musicale di matrice emocore/poppunk/softrock (aggettivi sprecati) che dalla fine degli anni ’90 impazza nelle stazioni radiofoniche delle università americane. E poi i quattro sono bellocci, qualità che in questo ambito non rema sicuramente contro il fattore-fatturato, ma, cosa ancor più importante, hanno alle spalle una tale quantità di arrangiatori/musicisti/session/professionisti/manager che al solo leggere i credit del booklet si perde un anno di vita. E la musica? Be’, al cospetto di tanto popodiroba può anche passare in secondo piano, o meglio, in primo piano se in questa accezione vogliamo dar per buona l’equazione “più credit=più copie vendute”. Ok, ma la musica? Ecco, forse siamo in presenza di una pericolosa latitanza di idee, per intenderci…non aspettatevi i Pink Floyd, ma allo stesso tempo non facciamo passare il sillogismo che dalla non originalità nascano per forza le brutture più abiette del calderone popular-musicale. Perché, in fondo, “Move Along” conta brani-bomba tra i tre e i quattro minuti e cioè, parlando la lingua cara ai promoter, singoli perfetti in almeno dieci delle dodici tracce che lo compongono (tra le altre “Dirty Little Secret”, “Move Along”, “It Ends Tonight”, “Change Your Mind”, “Dance Inside”, “Top Of The World”, “Straightjacket Feeling”, ecc.) e va comunque dato merito a chi riesce in un’opera del genere. Insomma, ricordarsi quasi tutti i ritornelli dell’album dopo due ascolti a malapena attenti sta a significare che la produzione artistica in questo caso ha centrato stoicamente tutti i propri obiettivi assestando, di tanto in tanto, alcune soluzioni sonore non banali né tantomeno accessibili all’ultimo degli idioti. Un disco, in sostanza, buono come sottofondo disimpegnato per quelle giornate/serate in cui il cervello è meglio lasciarlo a riposo.

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