Home > Zoom > The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro, ipertrofia e un fallito tentativo serializzante

The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro, ipertrofia e un fallito tentativo serializzante

L’unica spiegazione plausibile alla struttura del secondo episodio di Spider-man dell’era Marc Webb, “The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro“, è per certi versi anche la sua più grande ambizione. Sono anni che il cinema pesca a piene mani dal serbatoio del fumetto, ma finora ha dato poco spazio al senso di continuità seriale delle avventure originarie, su carta stampata. Non è da escludere, inoltre, che questo processo di allungamento e allargamento insieme sia debitore inoltre dell’attuale stato di grazia della serialità televisiva e del suo racconto frammentato, rimandato, espanso in longitudine e latitudine. Per farla breve, in molti punti, specie nella seconda metà e soprattutto nel finale, “Il Potere Di Electro” si configura insieme come storia a sé ma anche e soprattutto come un inside trailer delle prossime avventure dell’uomo ragno e dei suoi avversari. Sarebbe un modo estremamente interessante e nuovo di procedere, di modellare la forma cinematografica sulla serialità, secondo un movimento sintetico più che analitico, adoperando i compartimenti e i personaggi dei singoli film non solo in funzione della storia che si sta raccontando, ma puntando già oltre, non con una materia già plasmata, ma dei semplici cliffhanger, per lo più costruiti e identificati nel corpo dei personaggi (villain soprattutto).

Il rischio è di sbilanciarsi su prospettiva e orizzonte, ma a costo di sacrificare ciò che si ha tra le mani al momento. Lo scotto è grave, non possiamo nasconderlo. Di fatto, “Il Potere Di Electro” assomiglia più a una scaletta, a un potenziale racconto in fieri, filmato così come stava tra gli appunti di Orci, Kurtzman e Pinkner (tutta gente rispettabile della factory Abrams e della sezione Fringe). O forse dobbiamo accettare che il trio di sceneggiatori sia stato particolarmente pigro e definitivamente affossato da un regista specializzato nella commedia romantica per adolescenti o al massimo post-adolescenti, chiamato in causa proprio per dare all’Arrampicamuri una rinnovata veste più giovane e sentimentale. Ossia, l’altra grande voragine dell’era Webb.

Il cine-fumetto ha faticato per approdare a un’età adulta e soprattutto al meritato rispetto anche dalla cerchia di non appassionati. E c’è riuscito (e ci sta riuscendo) alla grande negli ultimi anni, da più scuole (DC/Marvel/Moore) e produzioni (Sony/Warner/Fox/Disney). L’operazione Webb rischia paradossalmente per riportarlo tre passi indietro, in una prospettiva young-adult più vicina (più vicina, non coincidente, sia chiaro) a coeve operazioni come Twilight e Hunger Games. Nel caso di Webb, e de Il Potere Di Electro, in particolare, esso si traduce in una immersione ridondante e parecchio noiosa delle diatribe sentimentali tra i due protagonisti, costretti a rincorrersi per tutto il film, lasciarsi e riprendersi con scambi di battute pressoché identici, finendo, alla lunga, per incappare anche in una serie di scoperte contraddizioni narrative (che, purtroppo, non si limitano a loro due ma investono anche la trama action). Emma Stone e Andrew Garfield sono talmente mielosi che a metà film lo spettatore comincia a invocare a gran voce l’arrivo di Goblin. Almeno è quello che è capitato al sottoscritto. Forse non tutti potevano prevedere la svolta della trama (o non tutti si sarebbero aspettati quella svolta già al secondo capitolo) soprattutto perché il film si prende molto, troppo tempo a cincischiare, per cui qualsiasi spettatore con un minimo di sale in zucca avrebbe scartato quella ipotesi, immaginandola costretta in un minutaggio – relativamente – così esiguo. Il paradosso è che quando arriva LA scena, si resta freddi. E questo perché Webb non è capace di dare profondità ai suoi amanti, e meno ancora alla loro storia d’amore, soporiferamente detta (e con le parole sbagliate) più che vissuta. E purtroppo parliamo di un problema endemico del metodo di lavoro del regista, perché lo stesso si può dire dei villain.

“Il Potere Di Electro” sconta da un lato l’ipertrofia dei personaggi, e dei nemici in particolare, restando strozzato da se stesso, proprio come lo fu il terzo capitolo di Sam Raimi. Nonostante i 142 minuti di durata, le nascite/svolte di Electro e Goblin suonano del tutto arbitrarie, pur partendo, i personaggi, da situazioni narrative estremamente promettenti. Webb dissemina per tutto il film immagini, riferimenti, battute, al tempo e agli orologi, e poi lo sottrae ai suoi villain, impedendo loro la crescita e la mutazione sentimentale, quel delicatissimo momento che dovrebbe trasformare un uomo qualunque / un amico in una furia di cieca violenza vendicativa.

Il regista ha ancora un capitolo da giocarsi e l’arrivo di altri personaggi iconici del fumetto. Riuscirà a risollevare le sorti e salvare in parte, almeno retroattivamente, i semi gettati alla fine di questo film? Non resta che aspettare.

Scroll To Top