Home > Recensioni > The Axis Of Perdition: Deleted Scenes From The Transitional Hospital
  • The Axis Of Perdition: Deleted Scenes From The Transitional Hospital

    The Axis Of Perdition

    Data di uscita: 21-04-2005

    Loudvision:
    Lettori:

Il termine della trilogia dell’orrore

Avevano avvertito: dopo aver cominciato con “The Ichneumon Method” raggiungendo già il massimo esprimibile dell’industrial malato di black metal, avrebbero puntato alla psiche. Non ancora riassorbita la ferita di “Physical Illucination”, breve e sconcertante sguardo nel futuro, ecco i The Axis Of Perdition catapultarvi in un miasma di liquidi e imprigionanti incubi, tortura mentale e disturbo, violenza introvertita, e, soprattutto, viaggio. Viaggio al centro dell’orrore, similmente a quel tipico Silent Hill feeling degli orrori del sé, che non smettono di scavare a fondo e rivelare aspetti spaventosi, deformati, e mostruosità ingigantite, dell’inconscio. I The Axis Of Perdition ritornano nel 2005 con una nuova produzione, all’altezza dei nuovi suoni. Maggiore pulizia per maggiore, brumoso spessore che ammanta di malato stordimento l’esplorazione del Transition Hospital, centro di ricovero per menti sane, edificio marcescente e labirintico senza uscita, con unica meta un infinito sprofondare verso il centro, abissale, spesso, arrugginito, tagliente all’odore, consuetamente disumano.
Ora dovrete avere il fegato: le growl e gli scream sono più “presenti” nel sound che mai. Se tanto si temeva che la produzione migliore avrebbe portato uno snaturamento del sound eccessivo e distorto del duo, mai timore è stato più superfluo come in questo caso. E i The Axis Of Perdition fanno di tutto per destabilizzarvi con un’insania ancora oggi inclassificabile all’esperienza. Puntando su un sound più evocativo e cinematico, la solennità delle synth arriva ad essere una sentenza cadente sulla testa dell’ascoltatore ad ogni riff. La grana delle growl è qualcosa di indicibile nella ferocia grezza e nel delay vocale che, mai come qui rappresenta distorsione e dilatazione in modo perfetto. Nemmeno la dimensione della follia, nemmeno la misura delle dosi sembra preoccupare molto i due primari del Transition Hospital, che, tanto per dire, con “Deleted Scenes I: In The Hallway Of Crawling Filth” si prendono nove minuti per riproporre un rivoltante clima d’attesa simile all’inizio di “Physical Illucinations”, per deflagrare poi con chitarre taglienti e diffuse; per sconcertare infine con inserti vocali agonizzanti e growls dalla natura primordiale e soprannaturale. Poi, pausa di riflessione, con “The Elevator Beneath The Valve”, e ancora incubo a spirale avvolta su sé stessa in “Pendulum Prey: Second Incarceration”. [PAGEBREAK]Ma qui, dopo le chitarre eteree e disturbanti, dopo i rallentamenti più agonizzanti, dopo le urla oltre il muro dell’insania in una lentezza abominevolmente affondata nell’incubo, troviamo spazio per due minuti di blues malato. Quanto basta a mandare il cervello in totale annichilimento di forme, grammatiche di generi, contiguità sonora. Ma attenzione: non è il genere di per sé nel suo mix, è il come, ed è un come che per qualche ragione i più sensibili accoglieranno non senza una sensazione di annichilito terrore. Il viaggio dentro il Transition Hospital non prevede le solite scudisciate di refrain chitarristici su scale ascendenti che poi ricadono su loro stesse, come su “The Ichneumon Method”: attendetevi urla digitalizzate ed integrate nel muro impacabile ed implacabilmente disumano di riff dilatati, momenti ambient, break lenti e desolanti. Intere tracce addirittura completamente d’atmosfera claustrofobica, senza strumenti, né cantato. Pagherete tributo alla fine, in ogni caso. L’epilogo “Deleted Scenes II: In The Gauze-Womb Of The God Becoming” diventa l’antitesi del prologo, puro delirio distorto di effetti digitali e tastiere, un ambient aperto a sonorità tendenti all’astrazione, fino ad uno sfogo supportato da pesanti chitarre, growl disumane e doppia cassa impietosa e precisa. Furia controllata, aliena, ed apparentemente inesauribile. Per poi lasciar spegnere l’incubo in una brumosa distesa di metallici veli ad ammantare un costante istinto d’annientamento.
Ennesima conferma del duo, inaspettato talento profondo: questi uomini sanno ritrarre il disturbo psichico, e lo fanno in modo mentale. Come sempre, la proposta è estrema abbastanza da consigliarsi solo a chi riesce a maturare curiosità per stati d’animo del genere. Rimane il dato di fatto: The Axis Of Perdition dominano la ricerca in questa sperimentazione, hanno scritto pagine di un estremismo avanguardistico sulla violenza in musica che sono addirittura innovative. Impressionanti, elaborati, istintivi e impietosi. Aborym, Thorns e consimili devono cominciare seriamente a pensare di fare i bagagli, i The Axis Of Perdition sono tornati.

Scroll To Top