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The Bastard Sons Of Dioniso: Si può uscire da X Factor integri e interi?

Freschi del successo al programma X Factor e delle copiose vendite dell’ep, i tre trentini dei The Bastard Sons Of Dioniso (Jacopo Broseghini, Federico Sassudelli e Michele Vicentini) si trovano in una fase molto delicata della loro nascente carriera: sganciarsi dalla precaria notorietà fornita dal mezzo televisivo e avviare una carriera da musicisti veri e propri che possa avere vita propria. Li incontriamo tutti e tre in un bar alla moda nel mezzo di un quieto pomeriggio milanese.

Ciao. Parliamo della vostra partecipazione a X Factor, che è essenzialmente un carrozzone di musica pop. Voi non proponete esattamente questo genere, fate rock. Di conseguenze, vi siete trovati penalizzati dalle scelte artistiche degli autori?
Bisogna capire che X Factor è un gioco, le persone che vi partecipano non scelgono per nulla i brani da proporre e anzi hanno poche opzioni, tutti ovviamente brani pop tra i più noti. Questo, perlomeno, fino al momento della scelta di brani inediti. Di conseguenza, senza neppure poter suonare, abbiamo dovuto cantare pezzi che non ci rappresentavano e l’esercizio stava nell’impararli in una settimana. Noi ci sentiremo messi alla prova per davvero al momento della pubblicazione del nostro album. Abbiamo scelto di provare col mezzo televisivo, con X Factor, nella speranza di metterci in mostra e ottenere le risorse necessarie per andare avanti sulla strada della musica, null’altro.

Quindi, in un certo senso, è utile che non abbiate vinto?

Ma noi abbiamo vinto! Siamo riusciti a proporre un nostro pezzo dal vivo con un’audience di milioni di persone. Abbiamo avuto l’occasione, finalmente, per far vedere agli spettatori che lo ignoravano chi siamo davvero. Noi siamo rock nello spirito, ma abbiamo gusti musicali decisamente eclettici.

È cambiato qualcosa dopo l’esperienza di X Factor?

Sì, qualcosa sì. Abbiamo popolarità e ci hanno pagato la registrazione e la pubblicazione dell’ep!

Avreste mai pensato di salire sul palco di TRL, un programma completamente pop?

È senz’altro una strana sensazione. Tantissime persone hanno votato per noi, hanno cioè speso del denaro. Tutte quelle ragazzine in fila per l’autografo poi… Senz’altro, il conduttore di TRL è uno che viene dal nostro ambiente, ma è anche coinvolto nella vendita del “prodotto” musicale, quello pop-commerciale. È un sistema che esiste, che cerca di cambiare la musica delle nuove band, che sostiene “artisti” che non scrivono i loro pezzi e col quale tuttavia bisogna convivere. Ma è ovvio che noi cercheremo di resistere a questo sistema.

Finito il programma, avete tenuto un grande concerto “in casa”, a Trento. Come è andata?
Pioveva e abbiamo fatto tre canzoni. Ma è stato bello, anche se il luogo è logicamente stato scelto da chi metteva i soldi, sempre quelli di X Factor. Spero si capisca comunque che quello non era un nostro concerto e che quando faremo le cose sul serio, senza interruzioni, sarà diverso. Ora come ora le nostre attenzioni sono concentrate sul disco da registrare, che ci hanno imposto dover essere in italiano.

Secondo voi, c’è qualche legame tra la vostra provenienza geografica, il genere musicale che proponete e il riscontro che avete ottenuto?
Noi siamo affezionati alle radici e troviamo sia una cosa buona, non qualcosa di esclusivo verso l’esterno. Le consideriamo il nostro piano di partenza dal quale muoverci in avanti. Ognuno di noi manifesta in qualche modo le proprie radici culturali e questo è bello.

A causa del mezzo televisivo, molto del giudizio nei vostri confronti passa attraverso considerazioni esteriori, fisiche, e non riguardanti la musica. Come vi ponete di fronte a questo?
Siamo coscienti del fatto che questo si deve allo strascico del programma. Sappiamo che chi ha cominciato a seguirci comprende due gruppi, chi lo fa per la musica e chi lo fa per l’aspetto fisico. Se così non fosse, non saremmo considerati da MTV. Ma anche lì ci andremo ogni volta per fare esattamente quello che sappiamo fare. Mettiamola così, l’aspetto fisico ci concede di avvicinare persone che altrimenti non avrebbero mai preso in considerazione un certo genere di musica, di tipo underground. Chissà che possa aiutare i gruppi come noi che, senza il supporto televisivo, non avrebbero speranza di farsi conoscere.
[PAGEBREAK] Come siete arrivati a X Factor e quale è stato il rapporto con gli autori del programma?
Partecipare non è stata una nostra iniziativa. È stato chiesto al nostro fonico se conoscesse qualcuno di “idoneo” da proporre per il programma e lui ha fatto il nostro nome. Per quel che riguarda i rapporti interni con gli altri concorrenti e con gli autori, c’è sempre stato un clima molto tranquillo e sereno, poco competitivo. Hanno avuto certo un’indecente caduta di stile nella puntata in cui hanno tirato fuori la lettera di una delle nostre fidanzate o in qualche altro episodio, ma poca roba alla fin fine. Anche gli autori sono simpatici.

A cosa si deve il vostro nome?

Era il nome del suo vecchio gruppo (di Jacopo) scritto sbagliato, “The Sons Bastard Of Dioniso”, con cui aveva fatto un solo concerto, ma che tempo dopo è piaciuto anche a noi, dopo esserci conosciuti.

Volete menzionare qualche gruppo italiano che vi sentite di sostenere?
Tra gli italiani possiamo dire di conoscere Elio, con cui abbiamo anche diviso il palco a X Factor, e il Teatro Degli Orrori. Altri, come i Tre Allegri Ragazzi Morti, sono bravi ma non possiamo dire, onestamente, di conoscerli. Tra gli artisti stranieri amiamo i Queens Of The Stone Age, i Foo Fighters, i Raconteurs e altri, ma non seguiamo molto la musica moderna al di fuori del settore underground.

Cosa pensate del fatto che nessuna concorrente donna è arrivata in finale in questa puntata di X Factor?
Pensiamo sia dovuto al fatto che a spendere soldi per mandare sms ad un programma televisivo siano state soprattutto ragazze, loro sono più inclini a farlo. Di sicuro c’erano brave ragazze in concorso che meritavano molto, come Noemi, Elisa e Serena.

Siete stati soddisfatti delle cover scelte per il vostro ep?
Sì, le abbiamo scelte noi e abbiamo cercato di trasformarle secondo i nostri gusti. Non ci siamo sempre riusciti, come in “Che Colpa Abbiamo Noi”, perché non avevamo il controllo diretto degli strumenti musicali. In generale, ogni canzone scelta ha un significato per noi, ad eccezione di quella dei Depeche Mode che davvero con la nostra musica non c’entra nulla.

In questo momento delicato, nelle mani di chi è la vostra carriera?
Nelle nostre. Sappiamo cosa vogliamo, come farlo e cosa sarebbe meglio e peggio per noi. Contiamo sulle persone che sono riuscite a capirci e di loro ci fidiamo.

L’intervista si conclude così e dobbiamo uscire dal locale che ci ospitava. Ma l’idea positiva che ci siamo fatti è che la band sia ancora sufficientemente poco contaminata dal sistema commerciale per avere qualcosa da dire in musica. E scusate se è poco.

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