Home > Recensioni > The Beach Boys: That’s Why God Made The Radio
  • The Beach Boys: That’s Why God Made The Radio

    The Beach Boys

    Loudvision:
    Lettori:

Auguri, tesoro, ecco un collier

E così, a sedici anni dall’ultimo disco insieme, a due anni dall’annuncio di una reunion per il cinquantesimo anniversario della band (hey, i Beach Boys hanno cinquant’anni!), a un anno da “SMiLE”, i Beach Boys tornano, tutti insieme, con un disco alcune delle cui canzoni hanno atteso tredici anni per essere pubblicate.

L’album, si diceva, celebra il ritorno di Brian Wilson e i cinquant’anni della band, e come tale è una sorta di vortice atemporale in cui, come al solito, la disillusione e melanconia dei testi di Brian Wilson, a prestarle un po’ di attenzione, si scaglia in netto contrasto con la struttura up-tempo della maggior parte dei pezzi.

Il delizioso gusto per l’atemporale viene riconfermato dalla scelta dei collaboratori, Jim Peterik e Jon Bon Jovi.

La band sembra persino finire per fare autoironia in “Spring Vacation”: «Spring vacation / good vibrations / summer weather / we’re back together / easy money, ain’t life funny / hey what’s it to ya / hallelujah».

Non è che i Beach Boys siano mai stati degli sperimentatori selvaggi. Per quanto abbiano spesso raggiunto obiettivi più sorprendenti di chi erigeva la sperimentazione a vessillo della propria carriera, Wilson & Co. sono loro per il gusto nell’armonia, la ricchezza delle tessiture sonore, il contrasto tra testi e musica, e il fatto che tutti odiano “Kokomo”. Il disco è questo, e anche se non raggiunge le vette di sublimità che i Beach Boys hanno saputo raggiungere nella loro storia, va proprio bene così.

Pro

Contro

Scroll To Top