Home > Recensioni > The Bear Quartet: 89

Orso (quasi) d’argento

Che ci si creda o no, il quartetto ha raggiunto vent’anni di onorata (e prolifica, considerando i quindici album) carriera all’interno del panorama del rock indipendente svedese. Dopo aver segnato il proprio percorso con incursioni nel pop e nelle sperimentazioni new wave, il Bear Quartet procede a una sintesi di tutte le sue esperienze in un ritorno a quell’ “89″ che ha visto la sua formazione.
Più orecchiabile rispetto agli ultimi capitoli di storia della band, “89″ è un personalissimo ritorno a un rock guidato dalle chitarre e orientato verso la new wave, con un’elettronica sostenibile e un apparato ritmico stravolgente.

Si capisce che vent’anni non sono passati inutilmente quando la perizia tecnica e l’affiatamento non vanno a sostituirsi all’energia, ma ci convivono. Un ventennio non ha spossato il Bear Quartet che, anzi, si permette degli incipit con synthoni tamarri e semiadolescenziali come quello di “Halmet”. Quasi a ingannare l’ascoltatore, per passare alle chitarre pesanti subito dopo.
Menzione speciale per i testi: se in alcuni momenti rasentano l’esagerazione, è nel loro lavoro di cesellatura e sottrazione che risultano maturi ed efficaci.

Pro

Contro

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