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The Blind Side e Precious: Il lato nero dell’America

Per una volta onore alla distribuzione italiana che, nonostante il traino degli Oscar, si è ben guardata dal fare uscire in sala due film clamorosamente sopravvalutati come “The Blind Side“, edito direttamente in dvd, e “Precious, Based On The Novel Push By Sapphire“. La spropositata considerazione riservata in America a queste due pellicole sia dal pubblico che dalla critica è a dir poco preoccupante ed ampiamente significativa.

Entrambi i film veicolano in modo differente ma speculare un’immagine pietistica e miserabile della comunità nera, una comunità che oggi più che mai ricopre posizioni di potere su tutti i fronti, dai vertici politici a quelli economici e culturali, e che ha risposto con disappunto ad una sua rappresentazione tanto patetica, retrograda e sottilmente razzista. Il fatto che “Precious” porti la firma di un regista nero omosessuale, Lee Daniels, ed abbia goduto del sostegno mediatico di Oprah Winfrey, una che muta in oro tutto ciò che tocca, la dice lunga su come la cultura occidentale etero-bianco-diretta condizioni ancora a livello strutturale anche gli schemi mentali inconsci di chi si trova “dall’altra parte”.

Tratto da una storia vera, “The Blind Side” non è in fondo un brutto film. Perlomeno non ha la presunzione di essere un’opera artistica e provocatoria come “Precious” si crede goffamente di essere. La storia della generosa Leigh Anne Tuhoy che accoglie nella propria famiglia il giovane senzatetto afro-americano Michael Oher intuendone l’enorme potenziale sportivo ed avviandolo verso un brillante futuro da campione di football, si risolve in un classico, convenzionale dramma a sfondo sociale in puro Hollywood-style. Messi in fila uno dietro l’altro senza particolare inventiva troviamo tutti gli ingredienti del genere: attento bilancio tra patetismo ed asciuttezza, alternanza di dramma e commedia, una spruzzata di ironia e l’ennesima celebrazione della famiglia americana e dell’importanza dell’istruzione per assicurare ai giovani un futuro glorioso.

Nel ruolo della moglie e madre incline per natura ad aiutare il prossimo Sandra Bullock funziona ed è l’unica ragione per seguire fino in fondo un film tanto standardizzato. Con la sua innegabile simpatia e il suo charme quotidiano la diva ha il piglio giusto per la parte, quel mix di ironia, grinta e trattenuta compassione che fa indubbiamente centro. La caratterizzazione del personaggio di Big Mike e l’interpretazione monocorde di Quinton Aaron sono invece penose, tanto passiva e sottomessa è l’immagine del ragazzo nero, grosso e sfigato da risultare irritante. Finale condito con zucchero a go-go e lacrimucce di coccodrillo: il cinema commerciale resta, a volte suo malgrado, un perfetto indicatore delle strutture rappresentative di una società di massa molto meno evoluta di quello che pensa di essere.

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Discorso diverso merita “Precious”. L’incredibile calvario della sedicenne afro-americana Precious in quel di Harlem nel 1987 è raccontato con un gusto per gli aspetti più miserabili della vicenda a dir poco discutibile e morboso, ed è rappresentato con uno stile sovraccarico di effetti che contrasta in modo fastidioso con la materia trattata.

Tutto ha inizio quando Precious, obesa, analfabeta e vittima di abusi domestici, scopre di essere per la seconda volta incinta del padre. Viene così sospesa da scuola ed inserita in un programma di recupero per ragazze disadattate nella speranza che attraverso un’istruzione possa finalmente dare una svolta alla propria vita. Ma è difficile rifarsi una vita quando il padre che ti ha stuprata e messo incinta è malato di aids e ti ha passato il virus dell’hiv. E lo è ancora di più se hai una madre mostruosa che ti maltratta da mattina a sera. L’unica via d’uscita per la povera Precious è la fantasia, e i momenti più interessanti del film sono proprio quelli in cui lo spettatore entra nell’immaginazione della ragazza, modellata sui miti televisivamente indotti della bellezza, della ricchezza e del successo.

Con un tema del genere ci voleva un rigore ed una sensibilità che Lee Daniels non possiede. Invece che alleggerire e sfumare, il regista sembra provare gusto a sguazzare nel fondo della miseria, calcando la mano il più possibile e cercando di strappare verità dalle sue formidabili attrici attraverso insistiti primi piani che hanno un che di pornografico. E sono le attrici a salvare la baracca: Gabourey Sidibe è perfetta nell’esprimere l’opacità, la durezza e la sofferenza di Precious, mentre Mo’nique regala una performance sensazionale che le è valsa tutti i premi del mondo. Quando è in scena lei non si può guardare da nessun altra parte, tanto è potente ed impressionante. Ma, attrici a parte, “Precious” resta un film tronfio e supponente a livello stilistico, quanto furbo e disprezzabile nel suo pesante, calcolato naturalismo.

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