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The boys are back in town

Per quanto sacrilego possa apparire, l’odierna incarnazione dello storico combo del mai troppo compianto Phil Lynott ha un suo perché. Poco importa che John Sykes nella band abbia speso sì e no un paio d’anni, lasciando traccia di sé solo su “Thunder And Lightning” e su “Life-Live”, e che metà formazione (l’inossidabile Tommy Aldridge alla batteria e Francesco DiCosmo al basso) con i veri Lizzy non abbia mai avuto a che fare. E se di primo acchito si può avere la sensazione di trovarsi di fronte ad una cover band di lusso, è sufficiente il trittico da panico (“Jailbreak”, “Waiting For An Alibi” e “Don’t Believe A Word”) con cui si apre il concerto per comprendere la profonda devozione che anima gli intenti dei quattro musicisti sul palco.

Sykes modula la propria voce sulle stesse tonalità di Lynott, mentre Scott Ghoram suona come se dai Lizzy non se ne fosse mai andato: se chiudiamo gli occhi e lavoriamo di fantasia, torniamo al 1978 ed è come se “Live And Dangerous” fosse uscito ieri. Lo stillicidio di emozioni prosegue con “Bad Reputation” e “Dancing In The Moonlight”, per culminare con lo struggente blues di “Still In Love With You”. Sykes starà anche invecchiando, ma suona ancora come pochi. Abbiamo visto degli ultra quarantenni con le lacrime agli occhi. Tra una “Southbound” ed una “Suicide” infilano una “Sha La La” da brividi, in cui si innesta il drum-solo di Tommy Aldridge, con inevitabile gran finale “a mani nude”.

Giusto il tempo di una “Cowboy Song” qualsiasi ci separa da “The Boys Are Back In Town”, che chiudendo il main set scatena il pubblico in un sing-along monumentale. Il rientro sul palco della band per gli encore viene suggellato da “Cold Sweat”, lasciando alla celtica epicità di “Roisin Dubh”, un brano che dovrebbe essere adottato come inno nazionale irlandese, il compito di chiudere uno show sfortunatamente troppo breve e criminalmente orfano di piccoli classici chiesti a gran voce dal pubblico: dove sono finite “Rosalie” e “The Rocker”?

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