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We don’t need no music: The breathtaking days (Via Lactea)

“Never seek to tell thy love,
love that never told can be”
William Blake

La strada è una vena scura che scompare nelle viscere della campagna. C’è il lastricato vecchio di duemila anni, ci sono le sagome indistinte dei mausolei aggrediti dall’edera ed infine il rumore dei pneumatici che scricchiolano sulle pietre pomici e si incuneano nei solchi lasciati dal tempo. Su e giù, circondati dal buio amniotico che cola sui finestrini e toglie il respiro. Ancora qualche metro, fino ad un ciglio d’erba, vicino ad un cipresso enorme, l’ultimo di una fila inesauribile lunga chilometri. Esci prima tu, senza dire una parola, con lo sguardo fisso su di me. Ti guardo le mani che sembrano così chiare nella notte. Dove fino a poco tempo prima c’erano i tuoi occhi ora spazia un’ombra impenetrabile che ti nasconde il viso lasciando integri solo i lineamenti della bocca. Respiri piano l’odore di fuochi accesi da qualche parte, nella notte. Ed io faccio lo stesso, allungando la mano, alla ricerca delle tue dita.
Si distinguono appena, come tutto il resto, mentre camminiamo, facendo attenzione a non cadere, sorreggendoci a vicenda e sorridendo dei nostri movimenti sgraziati. Il buio ubriaca i corpi e li lascia alla deriva fino al ciglio della vecchia strada consolare. C’è una casa nascosta tra le rovine con il tetto spiovente, le finestre spalancate, le pareti ricoperte di gelsomino in fiore. Nessun rumore, nessuna traccia di vita eccetto le ante aperte, il buio impenetrabile degli interni, la sensazione di essere osservati. Fa freddo, all’improvviso, quando il vento fischia tra le fronde e le cime dei cipressi quasi si toccano le une con le altre. Non ci resta che stringerci, rimanendo in equilibrio su un’unica lastra traballante. I miei occhi nei tuoi occhi, le nostre oscurità a confronto.
Avresti mai pensato di arrivare a questo punto? Poche settimane fa ci ignoravamo ed adesso siamo su questa strada dimenticata dal tempo, davanti una casa nera, circondati da alberi gorgoglianti. Noi due, come due mondi diversi che collidono nelle ore notturne, quando nessuno ci è testimone. Siamo qui, senza dire nulla, senza avvicinarci troppo per paura di non poterci più dividere. Possiamo rimanere così per ore, senza sentire nulla se non i rumori dei pianeti e delle stelle che lentamente girano attorno a noi. Ti seguo, un passo dopo l’altro, verso i campi neri ed argento, l’odore gelido delle spighe che respirano. È un coro ondeggiante attraversato dalle lucciole. Piccoli lampi che cerchi di trattenere con le mani mentre sorridi. La bocca non la vedo ma sento il calore ed il movimento dei muscoli. Ora siamo nel cuore pulsante del silenzio, dove collidono le vene che irrorano il sangue del crepuscolo.

Questo è un addio, questi sono i tuoi occhi che cercano i miei nella notte. Sopra di noi miliardi di stelle bianco sporco. Indico la Via Lattea per partecipare del suo tacito vivere millenario. È come aggrapparsi all’infinito e tentare di convincersi che quello che stiamo vivendo (queste ore, questi giorni) siano per sempre. Continuiamo così a mentire, con i piedi che prudono tormentati dal grano. Mi odoro le mani che sanno di timo e terra. Le tue profumano di cose che hanno lacerato e che adesso stanno per fuggire via, lontano.
Rimani, non partire“. Lo dico alle mie orecchie, senza farmi sentire. Con gli occhi bassi ed il petto incavato. “Rimani, con me nella notte. Le luci della città sono lontane e sono solo una lingua di fuoco all’orizzonte. Ci sono ancora i roghi dei contadini accesi chissà dove. C’è la voglia di indovinare e correre, lenire e curare“. Sono solo frasi dedicate agli insetti brulicanti, alle falene polverose e ai fantasmi dei casolari disabitati. Tu sorridi, sorda e maledetta. Non saprai mai, o forse hai sempre saputo. Ti lasci abbracciare ed odorare. Questo è un addio, questi sono i miei occhi che affogano nei tuoi. Questo è il mio cuore. Lo senti come batte? Sono colpi rovinosi. Ognuno potrebbe essere l’ultimo, come gli istanti che si succedono, come la scia di quell’aeroplano lassù che romba sommesso. Aria e nuvole. Poi la lingua affonda nella carne. Una, due, tre volte. Il dolore, il sapore metallico, le lacrime che non ne vogliono sapere di scendere. Il silenzio. Il terribile, enorme silenzio, la saliva in bocca, la voglia di urlare ed imprecare. E ancora gli uccelli notturni che volano alla ricerca di prede, la luna sbiadita, il ricordo netto ed insopportabile della prima volta che ti ho baciato. L’inventario della separazione comprende anche la tua morte. La immagino ingenuamente. La immagino solennemente.

Laggiù, oltre il campo di grano c’è la casa nera con le finestre aperte. Una donna si affaccia, sorride nell’ombra e scompare. Ci sono sciami di zanzare e l’odore del gelsomino. Siamo nel cuore pulsante del silenzio, dove collidono le vene del crepuscolo. Questo è un addio. Questa è la notte. Ancora qualche metro, fino ad un ciglio d’erba, vicino ad un cipresso enorme, l’ultimo di una fila inesauribile lunga chilometri. Dietro le spalle il nero e l’argento. Un passo dopo l’altro, attenti a non cadere. “Rimani con me“, ripeto. “Rimani adesso“.

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