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  • The Bugz: Oblivion

    The Bugz

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Ottima annata

Gli anni passano e le produzioni migliorano. L’elettronica fa la sua comparsa e diventa importante quanto il make up per una donna: purifica, armonizza, copre se serve. Un prodotto sincero è diventato l’eccezione, si è reso spesso irreperibile, cedendo il passo a composizioni in overdose di nettezza, con meno viscere e midollo.

Ma, all’ombra della torre pendente, si aggirano tre ragazzi cresciuti a Melvins, Blues Explosion e torta cò bischeri, pronti a tutto pur di soddisfare la fetta di popolo meno incline al plastificato. I The Bugz confezionano un album entusiasmante, fatto di rock genuino e ignorante, tinteggiature stoner ed inaspettati risvolti blues.

Il basso è opzionale e, nelle cinque canzoni in cui è presente, viene suonato dal coproduttore Antonio Inserillo. La corteccia di “Oblivion” riporta ad un sound d’annata (’60-’70), schietto e basico, rivelatore di un rapporto fisico e marcatamente passionale tra l’uomo e lo strumento: odore di corde sulle mani, sudore sulle pelli. Sebbene rifuggano dalla struttura classica di sviluppo (inizio-ritornello-variazione-fine), i pezzi non brillano particolarmente per originalità. Ciò nonostante, convincono e trascinano tra i ricordi di Elvis e dei Rolling Stones.

Inusuale trovare alle nostre latitudini un prodotto di tal fatta. Un garage che rivela il desiderio di suonare e non anche la necessità di piacere a tutti i costi. Sarà perché i tre pisani sono i The Bugz solo part-time e, al di là del palco, hanno una vita e un lavoro normale; ma in campo ci sono i loro gusti e le loro idee a dettare legge – caso raro – sulle più pressanti esigenze di mercato.

Il prodotto che non t’aspetti! Rock allo stato brado, un po’ scassato e privo di orpelli tecnologici, memoria di un tempo che non c’è più. Questo è “Oblivion”. Volutamente grezzo, passionale e coraggioso, figlio di tre pisani che se ne sbattono delle mode e non perdono mai di vista il loro obbiettivo principale: fare musica.

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Contro

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