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The C.I.P: Eccovi il nostro “Daydream”

Il duo electro-pop The C.i.p. (aka Michele Scheveger e Simone Cavalli) si è aggiudicato nelle scorse settimane il prestigioso titolo di “Best New Electro” agli Mtv Digital Days di Venaria Reale (To). Certamente si tratta di una grossissima soddisfazione per la band, giunta a coronare un anno ricco di soprese ed avvenimenti: giovanissimi, sul panorama musicale da una manciata di mesi, i The C.i.p. sono schizzati in testa alla classifiche (primi, su iTunes) con il disco d’esordio “Daydream”, capitanato dal travolgente singolo “We’ll Set The World On Fire”.

Incuriositi dalle loro sonorità così accattivanti, che stringono l’occhio agli anni ’80-’90, e motivati da tante premesse, abbiamo incontrato telefonicamente Michele poco prima dell’esibizione agli Mtv Digital Days.

Ecco quello che si siamo detti.

 

Ciao Michele, benvenuto su Loudvision!  Tu e Simone siete reduci da un anno ricco di sorprese, ti va di raccontarmi un po’ le tue impressioni?

Ciao Laura, certamente. Guarda, fatico ancora a realizzare quanto ci è capitato in questi mesi… sembra incredibile pensare che sia passato soltanto un anno  da quando realizzavamo le pre-produzioni del disco ed ora… eccoci qui! Abbiamo avuto la fortuna di lavorare con uno staff che ha saputo capirci ed affiancarci al meglio. A Giugno è uscito “Daydream” per la Volcan Records, un disco che è la sintesi e selezione, di oltre trenta tracce realizzate in studio nel corso dei mesi. Non ci aspettavamo sinceramente di finire in testa alla classifica di ITunes, né tanto meno di essere selezionati per gli Mtv Digital Days. Siamo molto emozionati.

Beh, in bocca al lupo soprattutto per l’esibizione di stasera! Mi racconti un po’ cosa c’è dietro a “Daydream”?

“Daydream” mi piace pensarlo come una specie di sogno ad occhi aperti, o perlomeno questo è il mood che avevamo in mente noi quando l’abbiamo composto, ma ognuno è libero di rileggerlo come preferisce, lasciamo che sia l’immaginazione dell’ascoltatore a crearne il significato. E’ scritto in inglese, prevalentemente per un pubblico estero e dentro ci sono un po’ le impressioni di questi ultimi anni, a cavallo fra Italia ed Australia, dove ora vivo. Ci sono pensieri ed echi legati alla “wild youth”, l’adolescenza inglese, spensierata e leggera. Ci interessava realizzare un disco che suonasse in questo modo, spensierato e leggero.

Questa sorta di leggerezza e spensieratezza di cui parli, mi pare riassunta bene nel clip di “We’ll Set The World On Fire”. Com’è nato e perché avete scelto proprio questo brano?

Sì, in “We’ll Set The World On Fire” abbiamo voluto rappresentare questa idea di “wild youth”, aiutandoci da queste tre belle ragazze, che giocano a fare le casalinghe di lusso annoiate in una villa. Se vuoi, è un video dove oltre alla leggerezza, si respira anche una sorta di decadenza, ci piaceva ricreare questo effetto. La scelta è caduta su questo brano, perché ci piaceva particolarmente ed era perfetto per presentare la nostra idea.

A questo punto, mi viene spontaneo domandartelo… come nasce un vostro brano?

Molto semplicemente io curo prevalentemente i testi, mentre Simone gli arrangiamenti. Nonostante provenissimo da due ambienti differenti, io e lui abbiamo legato fin da subito a livello artistico e musicale. Ci accomuna la passione per i synth e per i beat.

 

Ascoltando i vostri pezzi, sembra aprirsi davanti agli occhi un caleidoscopio di colori, una serie di immagini mentali, di cartoline da luoghi lontani e assolati. E’ solo una mia impressione o è stata una scelta precisa? Tu cosa vedi all’interno del disco?

Non era voluto, mi fa piacere tu abbia colto questo aspetto del nostro lavoro. Personalmente, mentre lo ascolto, mi piace immaginare il sole e la vita rilassata dell’Australia: le palme, i surfisti, le spiagge, le onde che si infrangono, ma anche un piccolo chiosco dove due persone stanno semplicemente prendendo un caffè. Una sorta di sogno tropicale, ma quotidiano.

Noto continui riferimenti all’Australia. Posso domandarti cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia e cosa hai trovato una volta sbarcato dall’altra parte del mondo?

Guarda, ho sempre sognato l’Australia, per me era una sorta di paese-mito. Qualche tempo fa c’è stata l’occasione di partire e l’ho colta al volo. Cercavo da tempo un paese anglofono e l’Australia era perfetta, vuoi per le facilitazioni burocratiche (in America, anche soltanto l’ottenimento di un visto era molto più complicato), vuoi per il clima e per l’ambiente in sé. Io mi sto trovando benissimo e noto davvero un altro modo di approcciarsi alla vita.

Anche per la musica vale questo discorso? Che differenze hai riscontrato nel panorama australiano e in quello italiano?

Beh, in Australia si punta molto di più sulla “street promotion”, ossia volantini e stickers che servono per pubblicizzare una determinata serata e che vengono distribuiti per strada ai passanti. Non c’è una vera differenza fra gruppo famoso/“arrivato” ed artisti emergenti: le band sconosciute possono realizzare vere e proprie serate sold-out grazie al passaparola. Tutto ciò è impensabile in Italia, dove la promozione è ancora classica ed affidata a uffici appositi.

C’è un episodio particolare che ricordi collegato a questo fenomeno?

Sì, mi ricordo un gruppo molto piccolo e locale che aveva promosso una serata tramite questo metodo e una volta arrivati al locale, che era una specie di lungo corridoio, c’era talmente tanta gente che non si riusciva ad entrare! E’ proprio una mentalità diversa, anche del pubblico, che è pronto a recepire un tipo di pubblicità differente e non è attento solo ai grandi nomi in cartellone, ma alla musica in sé.

Cambiando completamente discorso, come mai avete scelto di chiamarvi “The C.i.p.”?

Eravamo in studio, stavamo registrando alcune tracce che poi sarebbero finite in “Daydream” e ci siamo resi conto di non avere ancora un nome! (ride, n.d.r.)

La cosa buffa è che “The C.i.p.” non ha un significato vero e proprio, ci piaceva l’assonanza con “cheap”, ossia qualcosa di economico ed accessibile a tutti; abbiamo deciso di trasformarlo a livello visivo inserendo dei punti, ed eccoci qui! Però ci piacerebbe lasciare il significato del nostro nome sospeso al giudizio degli ascoltatori, ossia che ognuno possa vederci un po’ quello che preferisce.

Prima di salutarci, volevo chiederti un’ultima cosa, c’è qualche artista con cui ti piacerebbe collaborare, sia a livello italiano che straniero?

A livello italiano sono stato orgogliosissimo della nostra collaborazione con Antonio Filippelli dei Subsonica, mentre a livello estero, sarebbe  un sogno, per me, poter collaborare con CHVRCHES, una band incredibile che stimo moltissimo.

Non ci resta che augurare il meglio a questi giovani sognatori, pionieri della spensierata gioventù.

Good luck guys!

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