Home > Recensioni > The Chuck Dukowski Sextet: Eat My Life

Chuck Dukowski esploratore espone la Rainbow Flag

Il perfetto esempio di come un 53enne che ha vissuto gli anni d’oro del punk-hardcore abbia ancora voglia di divertire e divertirsi. Chuck Dukowski è lo storico bassista (e songwriter) dei californiani Black Flag, icona dell’hardcore dei primi anni ’80 e inattivi dal 1986 se si esclude una manciata di concerti-reunion del 2003. Il suo curioso progetto vede la luce nel 2006 e potremmo definirlo una sorta di Chuck Dukowski & Friends per la varietà di generi, di strumenti e alcuni ospiti di lusso a far da cornice a “Eat My Life”. 13 pezzi che spaziano liberamente tra prog-rock, stoner, jazz-core, folk senza mai dare l’impressione di un qualcosa buttato giù per caso. Tutto è studiato a puntino e i satelliti basso (ovviamente di Chuck), sax e clarinetto orbitano costantemente attorno alle vocals di Nora (anche autrice dello splendido artwork), spesso e volentieri vicina alle delicatezze come agli eccessi di una certa PJ Harvey.
Si parlava di ospiti ai quali viene affidato il contorno chitarristico, come nel caso del magnifico guru del desert rock Mario Lalli (ormai ex-obeso in forma smagliante) dei Fatso Jetson, che sa deliziarci con le sue caratteristiche nenie nella title-track e in “Dreaming Of The Endless Death”; Joe Baiza, factotum dei Saccharine Trust, vuole ipnotizzarci con un punk plagiato prima dal prog (“Xipe Totec”) e poi dal jazz (“Freedom”?). Decisamente rivedibile invece la cover di “Venus In Furs” dei Velvet Underground, a cui partecipa Flea dei Red Hot con mellotron e tamburello. Nel finale Dukowski non resiste alla tentazione e riesuma l’indimenticabile “My War”, classico del repertorio Black Flag. L’album per il resto si perde in qualche azzardo di troppo, ma mantiene la sua personalità e rimane sempre ascoltabile e gradevole. Promossi.

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