Home > Recensioni > The Congress

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Ispirato dal libro “The Futurogical Congress” di Stanisław Lem (1971), il nuovo lungometraggio di Ari Folman (“Valzer con Bashir”) è una continua commistione di live action e animazione.

Ambientato in un futuro prossimo e in una versione taroccata della realtà, “The Congress” racconta le conseguenze a lungo termine della decisione di un’attrice e madre disoccupata di acconsentire a digitalizzare la propria immagine e a vederla agli studios. Firmando l’accordo, la major sarà libera di utilizzarla nelle loro produzioni, animandola come un effetto speciale qualsiasi, senza che lei debba essere presente fisicamente, venga consultata o abbia potere di veto sui film a cui parteciperà.

Robin Wright interpreta una versione fallimentare di se stessa, alle prese con un figlio problematico, una carriera distrutta dai suoi colpi di testa e, vent’anni più tardi, dall’immagine che i film in cui è stata inserita digitalmente proiettano di sé.

Il film è diviso nettamente in due parti, quella live action incentrata sulla decisione di Robin circa i diritti della sua immagine e quella animata, alle soglie di un futuro in cui una particolare droga consente di vivere in una realtà in cui ognuno proietta la propria immagine di sé a suo piacimento, ambientata durante un congresso in cui verranno annunciate nuove, eccezionali novità.

Premettendo che a una parte della critica è piaciuto discretamente (perciò potrebbe benissimo lasciarvi soddisfatti), non posso che sconsigliarvi un film tanto confuso e via via più sconclusionato, che confonde la speculazione futuribile con un marasma caotico di uscite improbabili, poco ispirate e tanto incoerenti da far appisolare in sala.

Sì, le immagini animate, la simbologia, i deliri da LSD sono visionari, ma dietro non c’è un punto di vista forte come nella prima parte e il tutto si risolve in un guazzabuglio artistoide che spreca un buono spunto e tedia oltre l’accettabile.

Pro

Contro

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