Home > Recensioni > The Conjuring – Il caso Enfield
  • The Conjuring – Il caso Enfield

    Diretto da James Wan

    Data di uscita: 23-06-2016

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:

Dopo “L’evocazione – The Conjuring” (2013), James Wan torna a raccontare le gesta di Ed e Lorraine Warren, sedicenti demonologi realmente esistititi, noti per il coinvolgimento nella vicenda della casa infestata di Amityville (che ispirò a Jay Anson il romanzo “Orrore a Amityville”), in questo secondo capitolo alle prese con il celebre caso del Poltergeist di Enfield.

È proprio al 112 Ocean Avenue di Amityville, Long Island, che inizia “The Conjuring – Il caso Enfield”, con l’inquadratura di una delle finestre di quella casa diventata ormai icona, che non solo strizza l’occhio agli estimatori del genere, ma sembra suggerire il diretto collegamento con una precisa tradizione horror di fine anni ’70 e inizio ’80.

Sono esattamente questi i riferimenti di James Wan: film di culto come “Amityville Horror” (1979) di Stuart Rosenberg, tratto dal romanzo di Anson, “The Sentinel” (1977) di Michael Winner o “Entity” (1982) di Sidney J. Furie, tanto per citarne alcuni.

Un immaginario in cui la tensione psicologica gioca un ruolo centrale, al quale il regista prova ad adattare il proprio gusto per il grottesco. Senza la giusta dose d’ironia, però, il risultato è pasticcio grossolano.

Questo, in realtà, vale più o meno per tutti i film di Wan di argomento demoniaco. Se il primo “The Conjuring” riusciva ad essere un po’ più sobrio rispetto a quella baracconata di “Insidious” (2010), nel secondo capitolo della saga dei coniugi Warren si fa decisamente un passo indietro.

Nel raccontare la storia di Peggy Hodgson (Frances O’Connor) e dei suoi quattro figli, tra cui la piccola Janet (Madison Wolfe), fulcro dei presunti fenomeni paranormali, Wan sembra quasi ignorare le ombre di una vicenda che ai tempi aveva diviso l’opinione pubblica.

Non c’è un reale interesse nell’approfondire la storia della famiglia Hodgson, tanto meno quella di Ed (Patrick Wilson) e Lorraine (Vera Farmiga) Warren. Si tratta solo di un espediente per scrivere “tratto da una storia vera” in apertura e confezionare un film pigro e stereotipato.

L’unica cosa che conta è far saltare lo spettatore ad ogni effetto sonoro, ad ogni volto mostruoso mostrato all’improvviso.

Così, ci vengono riproposti i cliché del genere, già presenti nel primo film, puntando tutto sugli immancabili jumpscare e sulle presenze mostruose dall’estetica discutibile.

Per fare paura, però, non basta alzare di colpo il volume, truccare Bonnie Aarons come Marilyn Manson e accampare qualche goffa spiegazione pseudo-religiosa.

La paura si costruisce strato su strato, innanzitutto sul non detto e mostrato, sull’attesa di qualcosa di spaventoso che sta per accadere, riuscendo a far provare un senso di disagio palpabile anche al più razionale degli spettatori.

Da quel punto di vista,“Enfield: Presenze Oscure”(“The Enfield Haunting”, tra le menzioni speciali della nostra lista dei migliori horror del 2015), miniserie britannica ispirata allo stesso caso ma lontanissima dagli eccessi di Wan, riesce a portare sul piccolo schermo quella sensazione di sottile inquietudine che manca totalmente a “The Conjuring – Il caso Enfield”, riducendo al minimo i facili espedienti e concentrandosi sulla costruzione dei personaggi.

“The Conjuring – Il caso Enfield”, invece, ha lo spessore di un giro nella Casa degli Orrori di un luna park. Un lungo e tedioso giro di 134 minuti. 

Pro

Contro

Scroll To Top