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Il richiamo continuo del fantasma rock classico

Occhei, potenzialmente li abbiamo persi per strada. Partiti sulla scia delle solide orme fugaziane, i Nostri avevano abilmente virato verso un passaggio/paesaggio laterale fatto di umori un poco diversi, tra voglia di personalità e abnegazione post-punk. Peccato già allora sul percorso vi fossero i germi di un vecchio sentimentalismo rock, un po’ imbolsito ma tremendamente rassicurante. Troppo. Tanto che, tipo quella storia che il primo Matrix conteneva già i disastri a venire, The Constantines tirano fuori un album che è a metà una certa idea di rock classico (Neil Young, AC/DC e i Pearl Jam che si dedicano a B. Springsteen) e l’altra metà voglia di dire qualcosa. Il figliolo di questa concezione e/o necessità è un album indeciso, che si perde un po’ per strada e non è il capolavoro che avrebbe potuto essere. Rimane comunque un disco solido, dai toni caldi, riflessivi ma energici. Potenzialmente inutile, benchè richiamo per nuove schiere di (altri) fan.
Ma, per dire, ancora non si capisce come gente del genere si perda come i Karate, quasi che si siano autoconvinti per una vita d’amare i Cap ‘n’ Jazz piuttosto che gli ZZTop. Tocca beccarli adesso, chè il prossimo potrebbe essere un…

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