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The creator has a mastertape

Sono passati quasi due anni dall’ultima esibizione all’Alcatraz dei Porcupine Tree. Un album e ventiquattro mesi dopo, il luogo è lo stesso ma il palco grazie al cielo no. Wilson e compagni godono di una popolarità che cresce lentamente ma inarrestabile, favorendo il trasloco dal palco minore a quello maggiore del locale milanese. L’attesa è palpabile, il nuovo “The Incident” è un disco peculiare, non facile da assimilare e che necessita di più ascolti per coglierne la pregnanza. Ma quando ci entri in sintonia, è difficile scrollartelo di dosso. Per non parlare di “Time Flies”, a parere di chi scrive uno dei migliori pezzi mai incisi dai porkies.

È proprio la suite che da il titolo all’album ad assurgere a protagonista assoluta della prima parte del concerto, quasi un’ora di furore psichedelico che ammalia il pubblico, stregato dal muro di suono generato da una band compatta e rodatissima, con un Gavin Harrison stellare e finalmente carico di quel feeling che forse era mancato nei tour precedenti.
Lo zio Richard (Barbieri) è defilato nelle retrovie, in penombra ma indaffaratissimo tra computer e tastiere, novello Penelope che tesse le trame dei tappeti sonori su cui poggia il sound dei Porcupine. E che dire del buon Wes, talmente amalgamato nel sound della band da rendere incompresibile il fatto di non essere stato ancora arruolato in pianta stabile, nonostamnte la logistica (è americano) non sia dalla sua parte. E mentre Wilson trascina il pubblico in seno al suo piccolo incubo, dietro le spalle della band scorrono le inquietanti immagini di Lasse Hoile, che molto ricordano quelle altrettanto inquietanti proposte dai Tool nei loro video.

Terminato l’incidente, la band abbandona il palco per una pausa di dieci minuti esatti, conteggiati alla rovescia dall’orologio proiettato sul fondo del palco, scatenando il pubblico in un sansilvestrino 5…4…3…2…1 che accompagna il rientro in scena di Steve Wilson e compagni. La seconda parte dello show si snoda tra passato remoto e passato prossimo, con una successione tutt’altro che scontata di brani provenienti un po’ da tutte le fasi della carriera porcospinica. E se il pubblico d’estrazione più hard, che si è avvicinato ai Porcupine dopo l’uscita di “In Absentia” gongola sulle note delle varie “Anesthetize”, “Way Out Of Here” e “Start Of Something Beautiful”, i fan più attempati versano qualche lacrima alla riesumazione di perle del tempo che fu come “Stars Die” e “Russia On Ice”, purtroppo proposta in versione largamente editata.

Nonostante quasi due ore siano passate, gli encore sembrano arrivare fin troppo presto. L’orologio porcospinico setta le lancette su “In Absentia” e ci regala la sempreverde “The Sound Of Muzak”. Uno Steve Wilson particolarmente loquace e visibilmente soddisfatto della serata e della risposta del pubblico si lancia in un «Solo la musica non basta, ci vuole un mix di musica, magia e commedia. Noi facciamo questo» e dà il via alla scontata, sempre presente ma sempre altrettanto gradita “Trains”, che scatena i cori entusiastici del pubblico.

In definitiva, un grandissimo concerto, come peraltro è lecito aspettarsi da una band che anche nelle date meno riuscite difficilmente delude. Dovendo sottolineare un qualche aspetto, dando per scontata la qualità dei miusicisti e l’eccellenza del repertorio, potremmo dire che rispetto al tour precedente i Porcupine Tree ci sono sembrati più in palla e meno distaccati.
Steve Wilson ha promesso di tornare presto a Milano e, sicuro come l’oro, noi saremo lì ad aspettarlo.

The Incident
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Start Of Something Beautiful
Russia On Ice
Anesthetize (Pills I’m Taking)
Stars Die
Way Out Of Here
Normal
Bonnie The Cat
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The Sound Of Muzak
Trains

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