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  • The Crown: Crowned In Terror

    The Crown

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Death Metal Holocaust

Nessun prigioniero, nessuna concessione alla melodia: questo è il regno del terrore.
Per Re Tompa è stato uno scherzo impugnare lo scettro e vomitarci dentro tanto odio da supportare al meglio un sound fattosi devastante. Scomparsi il thrash e il rock, il cantante Johan Lindstrand e il groove, ora c’è spazio soltanto per un enorme carro armato, abbandonato senza freni in cima a una ripida salita giusto al termine dell’intro “House Of Hades” e di nuovo fermo dopo quarantadue minuti, totalmente distrutto dalla collisione con l’estremità di un disco tanto corto quanto brutale.
Questo è lo scenario per un album compatto, monolitico e impenetrabile. Buona parte delle caratteristiche che rendevano il predecessore “Deathrace King” adorabile nella sua corrosiva e coinvolgente cattiveria sono ora svanite, disperse nell’aria dall’esplosione di una bolla di sapone, quella sulla cui superficie si rifletteva il sogno di vivere della propria musica, ora una chimera per il frontman Lindstrand e presto anche per i suoi compagni.
Il passaggio a una voce storica della scena death come Thomas Lindberg (At The Gates) non può che aver giovato alla popolarità del gruppo, anche se certamente non lo stesso ha fatto per la coesione interna del gruppo. Nonostante questo, l’inarrestabile pesantezza di “Crowned In Terror” non sembra soffrirne, anzi si dimostra più distruttiva che mai, mettendo entrambi i piedi nell’affollata palude del death metal e sorprendentemente aumentando ancora di più la velocità esecutiva, ora a tratti addirittura da capogiro, in particolare nei frangenti più tecnici.
Lo stacco con il passato si fa sentire maggiormente nei pezzi del chitarrista Marko Tervonen, mentre l’eccelso basso di Magnus Olsfelt, visto ridurre lo spazio concesso al groove più sporco, spinge la penna del proprio padrone ad una prova maiuscola, culminante nella centrale “The Speed Of Darkness”, in mezzo alla quale, in un gioco di simmetrie, una citazione del tema del telefilm Supercar giustifica pienamente il prezzo del biglietto. Che poi di minuti in cui la brutalità sembra essere l’unico scopo messo in musica ce ne siano quasi troppi per i nostri raffinati gusti poco importa, d’altro canto anche essi hanno il proprio pubblico.
Citazione finale per il batterista Janne Saarenpaa: nell’era dell’automazione, non hanno ancora inventato un mitragliatore alla sua altezza. Immenso.

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