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  • The Crown: Deathrace King

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La consacrazione definitiva per i The Crown, la mazzata che ha steso migliaia di fan e ha fatto compiere agli svedesi il definitivo salto di qualità, purtroppo vanificato soltanto quattro anni più tardi da un mercato musicale poco ricettivo, che come unica opportunità per far quadrare i conti domestici ha concesso l’abbandono della scena.
In pochi nel Marzo 2000 si aspettavano un colpo del genere soltanto alcuni mesi dopo l’uscita del buon “Hell Is Here”, debutto su Metal Blade Records e terzo album di una discografia in continuo crescendo. “Deathrace King” arriva alla sublimazione di un thrash dal sound tipicamente svedese, dotato di quel flavour di fondo che rende ormai immediatamente riconoscibili tutte le uscite estreme della terra scandinava, ma ben lontano dalle tentazioni melodiche in cui sono caduti la maggior parte dei concorrenti. I The Haunted possono essere un buon metro di paragone, ma nelle undici tracce di questo disco c’è molto di più, c’è un’irrefrenabile esaltazione della velocità, concettuale (Born To Race!) ed esecutiva, c’è una tecnica invidiabile, sfoggiata con assoli fulminanti e travolgenti, c’è un groove difficile da immaginare in pezzi così veloci, che invece in questo caso costituisce una delle portanti dell’eccelso songwriting, animato da un’ispirazione prodiga di inni quali “Deathexplosion”, “Total Satan” e “Rebel Angel”, brani che esplodono come bombe a orologeria, programmate per impazzare come furie scatenate fino all’esaurimento del carburante, veri e propri esempi di rock estremo. È forse questa la migliore definizione per canzoni tanto dirette quanto tecniche, tanto veloci quanto trascinanti, tanto cattive quanto irresistibili come quelle che “Deathrace King” regala senza sosta. Quando una tripletta come “Rebel Angel”, “I Won’t Follow” e “Blitzkrieg Witchcraft” ha portato allo stremo delle forze, arriva il groove da carro armato di “Dead Man’s Song”, ripreso nel seguente e death-oriented “Crowned In Terror”, ad effettuare un rifornimento in corsa, mostrando come non sia la velocità l’unica risorsa di un gruppo in grado di sfoderare un pezzo di chiusura sabbathiano come “Killing Star”, una sorta di diabolica celebrazione rituale, l’evocazione del demone interiore pronto a riversarsi con tutta la sua ferocia nel successivo ascolto.

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