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  • The Decemberists: The Hazards Of Love

    The Decemberists

    Data di uscita: 24-03-2009

    Loudvision:
    Lettori:

Oregonian rhapsody

Con il loro armamentario di fisarmoniche e ghironde, un lessico iperbolico e dotto, e un immaginario narrativo infarcito di donne, cavalieri, armi, amori e balenottere mangiauomini, i Decemberists hanno sempre consapevolmente scoperto il fianco a innumerevoli critiche, sfidando lo spauracchio del ridicolo involontario. E hanno sempre stravinto. Nel 2006, molti avevano ridacchiato sotto i baffi alla notizia che il quarto album di Colin Meloy e compari, “The Crane Wife”, avrebbe avuto come fulcro una suite prog-rock in tre parti ispirata a un’antica leggenda giapponese; dopo 284mila copie vendute negli USA e un successo critico incontestabile, nessuno ha più fiatato.

A distanza di due anni, le ambizioni del quintetto di Portland, Oregon, si sono fatte ancora più alte e coraggiose: prendendo le mosse dalla struttura e dalle sonorità del disco precedente, ed estremizzandole, i Decemberists si sono inventati una vera e propria rock opera come non se ne fanno più, una storia di amori, foreste, infanticidi e creature magiche che si dipana senza soluzione di continuità lungo 17 canzoni strettamente interconnesse. Con tanto di prologo, intermezzi, personaggi-ruoli affidati a voci diverse, e svariate reprise dei temi conduttori. I soliti detrattori non avevano dubbi: un magniloquente flop annunciato.
E invece, cari saputelli, niente di più sbagliato.

Quando un progetto come “The Hazards Of Love” si rivela un successo su tutta la linea di queste proporzioni, è evidente che siamo di fronte a talenti non comuni. Vengono i brividi solo a pensare a quanti ingredienti di una simile ricetta sarebbero potuti andare storti: la struttura narrativa, in primis. Un disco che va ascoltato dall’inizio alla fine senza pause, possibilmente tentando di seguire l’intricata trama della favola? Nell’epoca di iTunes è una pensata quasi inconcepibile. E invece le consumate doti di narratore di Meloy, qui più che mai demiurgo del disco, rendono l’ascolto perfettamente piacevole, ben bilanciato tra pause, accelerazioni e climax tanto narrativi quanto musicali.

In secondo luogo, la musica: le reminiscenze seventies non sono soltanto strutturali, ma anche -più che mai- sonore; se “The Crane Wife” aveva introdotto elementi prog in un melodico folk da camera, “The Hazards Of Love” radicalizza questa tendenza, prolunga i riverberi, moltiplica le tastiere e consolida il rock, arrivando a ricordare non solo il folk e il prog più classici, ma persino il caro vecchio hard rock vintage. Chi avrebbe mai pensato di citare i capelloni Sabbath e il ciuffettone Meloy in una stessa recensione? Ma non rabbrividiscano gli indie-kid occhialuti: su questo tappeto settantone, Meloy ricama melodie che sono soltanto sue, splendide, orecchiabili e mature.
[PAGEBREAK] Dall’ipnotico profluvio di finger-picking di “The Hazards Of Love 1″ alle potenti atmosfere heavy di “The Queen’s Rebuke/The Crossing”, dal soave e inquietante duettare di voce e fisarmonica di “Isn’t It A Lovely Night?” allo spettrale, azzardatissimo valzer con coro di bambini del prefinale “The Hazards of Love 3″, tutto si combina a creare un racconto in musica variopinto e appassionante. Cavallerescamente, Meloy affida alle ospiti femminili alcuni dei punti più alti del disco: Becky Stark, dei Lavender Diamond, intepreta la fanciulla in pericolo Margaret e rende indimenticabile la melodia di “Won’t Want For Love”. Shara Worden, aka My Brightest Diamond, fa sfracelli nel ruolo della regina e contribuisce alla riuscita della splendida “The Wanting Comes In Waves/Repaid”, potente e irresistibile duetto di sei minuti che fugge in varie direzioni per sfociare in un anthem di grande effetto.

Ma parlare solo di canto sarebbe fare un torto ai Decemberists meno in vista: tra gli album della band di Portland, questo è senza dubbio quello in cui il suono è più ricco, variegato, nitido, stratificato; e “The Hazards of Love” è anche il trionfo in sordina del chitarrista Chris Funk, capace di destreggiarsi tra i generi e i sound fornendo un apporto creativo fondamentale, di raggiunta maturità.
Un disco coraggioso, intelligente, strabordante, oltraggiosamente fuori dai canoni; il miglior risultato finora raggiunto dai Decemberists? Forse che sì, forse che no. La qualità dei brani, presi singolarmente, non è così alta come nelle opere precedenti: mancano le perfette gemme folk-pop che abbellivano “Picaresque” o lo stesso “The Crane Wife”, e ci sono senza dubbio alcuni pezzi-riempitivo di scarsa sostanza.

Insomma, molte canzoni in sé sono meno belle di quelle a cui ci ha abituati Meloy, e per qualunque altro disco questo sarebbe un difetto senza appello. Ma non dimentichiamo che “The Hazards Of Love” non è una raccolta di canzoni, ma una storia in musica, un’opera rock: e in quest’ottica tutto acquista un senso. Alti e bassi, rallentamenti e accelerazioni, momenti da cuore in gola e pause in cui si tira il fiato: tutto va interpretato come finalizzato all’esperienza globale, complessiva. Non si giudica un libro dalla qualità dei singoli capitoli, no?

Ridano pure sotto i baffi i saputelli; ma quante volte negli ultimi anni vi è capitato di essere trattati con così tanto rispetto da una semplice band indie rock?

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