Home > Recensioni > The Dillinger Escape Plan: Miss Machine

Finalmente il full length e la consacrazione

Certe cose ti segnano. La musica dei DEP è sicuramente una di queste, inutile dirlo: non si può rimanere indifferenti a un gruppo del genere. Un’altra è la figura sempre più schizzata e proporzionalmente decisiva nel panorama rock odierno di quel bastardo di Mike Patton. Potevano i Dillinger Escape Plan uscire indenni dall’incontro con lo scienziato pazzo, avvenuto nel precedente Ep “Irony Is A Dead Scene”? Evidentemente no. Evidentemente non si scappa. Evidentemente hanno fatto bene. Il nuovo “Miss Machine” è un album strepitoso, che ritorna sulla furia nichilista del capolavoro “Calculating Infinity” e ne ritraccia le linee guida, intersecandole con stratificazioni disparatissime, che portano a compimento il lavoro intrapreso in occasione della loro collaborazione con Mad Mike. Probabilmente qualche integralista dell’estremo storcerà il naso per questo, ma il nuovo album è indubbiamente il migliore dell’intera discografia a marchio DEP: compatto, preciso, istrionico e perfettamente equilibrato. Prendiamo l’iniziale “Panasonic Youth” song d’apertura (e anche video-singolo estratto): tutta la tecnica e l’inventiva del gruppo viene messa a disposizione di una forma canzone ora completa, che si contorce e si dimena in preda a convulsioni ma conserva sempre al suo interno un filo conduttore ben preciso, atteggiamento che, a mio avviso, era sempre un po’ mancato alla band del New Jersey. La componente “rock” si è fatta strada attraverso il denso magma grind-jazz e ha rallentato forse i tempi, ma non ha di certo alleggerito il tiro: il break centrale di “Sunshine The Warewolf”, in linea con le visioni da soundtrack deviata dei Fantomas, ne è un chiaro esempio. Così come la successiva “Highway Robbery”, in cui il refrain sguaiato del finale non può che far sorgere sempre più il fantasma di Patton. Se passi per “Van Damsel”, classica canzone 100% DEP, arrivi alla vera sorpresa del disco, ovvero quella “Phone Home” che di certo solleverà polemiche ed interrogativi. Ebbene si, i nostri soci (complice la propria ammirazione per NIN) si sono lasciati andare anche ad una personale interpretazione delle visioni oscure di Trent Reznor, che rivive nel lento e cadenzato avanzare, per poi esplodere nei prepotenti offbeat del ritornello. Atmosfera a palla in “We Are The Storm”, che poi si risveglia nel finale, ricordandosi di essere di proprietà Dillinger e che attraversa i rumori di “Clutch Field Tongs” per provare addirittura soluzioni melodiche in “Setting Fire To Sleeping Giant”. Concludono il tutto “Baby’s First Coffin” che, come un movimento circolare ci riporta all’inizio del disco, e “Unretrofied” rilassato compimento di un disco a tratti monumentale. Non ho parlato appositamente fino ad ora del progresso vocale di Greg Puciato perché merita un discorso a parte. Le capacità di questo ragazzo sono incredibili e la varietà di timbri vocali, armonizzazioni, cambi di umore all’interno di ogni singola canzone sono da applauso. Non c’è molto altro da dire se non la soddisfazione personale per un gruppo che continua a stupire ogni giorno di più, forse la cosa più rara di questi tempi. Disco fondamentale, imperdibile per chiunque si consideri amante della buona musica, da avere a qualunque costo.
Meno male che certe cose ti segnano.

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