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The Duel: Verme Robots vs Van Cleef Continental

Presentiamo questa volta due prodotti italiani tanto atipici per il nostro mercato che vien da chiedersi se e quanto saranno davvero compresi. A noi, dunque, il difficile compito di illustrarveli, mentre si contendono il cinturone d’oro, categoria Esordienti, di questa settimana.

All’angolo destro del ring, ci sono i Van Cleef Continental di Andrea Van Cleef, band bresciana che, con “Red Sisters”, debutta in Italia in differita, avendo già ottenuto nel 2008 un contratto per la distribuzione negli USA. C’è chi capisce prima le cose…

All’angolo destro invece ci sono i Verme Robots, salernitani, anch’essi alle spalle solo due EP ed un contratto nuovo di zecca, con l’indipendente I Make Music, per il primo full length dal titolo “Crawling In The Rush Hour”.

I Van Cleef producono un rock trasfrontaliero, che tradisce affinità con il blues noir di Nick Cave ed il desert rock di Eddie Vedder. Eclettismo e personalità sono i loro ganci più temibili. Andrea ha una anglofonia perfetta, un tono nasale di tendenza alt-rock, un atteggiamento post sbornia e post dose; lui è il singer dark e maledetto per antonomasia.

La musica dei Verme Robots invece è pieno crossover con influenze metal. Agli estremi ci potrebbero essere anche le sonorità dei Faith No More o dei Pain Of Salvation, ma la formazione sembra ritrattare in extremis, ritrae il piedino dall’acqua proprio prima di bagnarsi. Una via mediana, allora? Nessun eccesso, certamente. Anche il growl non sembra growl ed i riff che dovrebbero essere incazzati, sono invece abrasi da un sound futurista e ricco di pause.

Le influenze dei Van Cleef sono molteplici. Si parte dalla dolce e melodiosa opening, “Dry Queen”, che riporta ai Grant Lee Buffalo ed al country rock degli Hootie and the Blowfish, sino a tempi più molli e privi di “tempo”, sublimati nella cover di “Moonlight Shadow”, qui totalmente svuotata di ritmo e melodia, pallida come la sposa cadavere. I Van Cleef, tutti ottimi musicisti, producono sensazioni dilatate e distese, una musica avvolgente e non troppo spinta.

Le influenze dei Verme sono anch’esse varie, ma la band stenta ad amalgamarle: le intuizioni compaiono puntualmente ad ogni traccia, ma non c’è mia la forza ed il carisma per il pugno del knock out. La pronuncia maccheronica del singer rende meno verosimile l’esterofilia del sound. Tracce come “Emotive” potevano diventare ottime soundtrack.

Nei Van Cleef c’è aria di passato polveroso, nei Verme Robots c’è invece modernità e claustrofobia.

I Van Cleff sono lineari ed omogenei, i Verme Robots sono nervosi, scattanti e spigolosi.

Dopo il gong dell’ultimo round, l’arbitro si avvicina ad entrambi gli artisti e ne alza le bracce: un quasi pareggio. “Quasi” perché tecniche e capacità sono diverse tra loro, inconfrontabili; ma i pugili hanno dimostrato di voler vincere necessariamente, con quanto sudore avevano in corpo e, anche se da vie diverse, sono arrivati all’estremo round in piedi.
Un pareggio perché, di questi tempi, è già una vittoria il non perdere.

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