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Alla scoperta del progressive scandinavo

Commercialmente parlando, i Flower Kings di Roine Stolt rappresentano la punta di diamante della scena progressive svedese – il contratto con la Inside Out ne ha favorito la penetrazione sul mercato, e mi pare inutile sottolineare quanto abbia influito sulle loro quotazioni la partecipazione di Stolte al progetto Transatlantic. Ma se da un punto di vista strettamente tecnico le qualità della band sono poco discutibili, devo confessarvi di aver sempre fatto un’enorme fatica a digerire il prog “by the book” di cui da anni il combo scandinavo si è reso protagonista. Le motivazioni? Semplice. Il rock progressivo vive di virtuosismo strumentale ed eclettismo compositivo ma, soprattutto, di feeling e pathos: personalmente trovo che in seno ai Flower Kings i primi due aspetti godano di una supremazia pressoché schiacciante rispetto ai secondi. Ciò rende il sound della band un perfetto esercizio di stile che probabilmente manderà in solluchero i puristi del genere, ma che lascerà l’amaro in bocca a chi gradisce un minimo di calore umano nella musica che ascolta. Chi ha amato i primi Marillion o i Twelfth Night di Geoff Mann sa cosa intendo: la loro tecnica magari non sarà stata sopraffina, ma volete mettere l’impatto emotivo di una “Forgotten Sons” o di una “Sequences” rispetto alla cinica freddezza che traspira dalle note di questo “Rainmaker”? Facciamo un passo oltre. Che cosa avevano in comune le grandi prog bands del passato? La risposta è: un grande front-man. Peter Gabriel, Jon Anderson, Peter Hammill, Fish sono stati dei buoni cantanti, ma soprattutto degli eccezionali interpreti, in grado di infondere vita ed anima nelle composizioni delle rispettive band, fino a caratterizzarne se non addirittura ad influenzarne lo stile compositivo. Nei Flower Kings le parti vocali non solo non spiccano, ma vengono relegate ad un ruolo che, nella migliore delle ipotesi, si limitano alla comprimarietà con le performance strumentali, conferendo ai brani quella sterilità di fondo che ne pregiudica irrimediabilmente la resa emotiva. Un vero peccato, perché se alle indubbie capacità tecniche la band fosse riuscita ad abbinare una maggiore espressività compositiva, questo disco avrebbe potuto essere un piccolo capolavoro. Ci troviamo invece di fronte ad un album tanto perfetto da risultare lezioso, in virtù di una parossistica ricerca della perfezione che poco o niente lascia all’immaginazione ed alla fantasia. I brani di punta? Nessuno in particolare – tutti i 76 e rotti minuti lungo i quali si sviluppa il disco vengono giocati all’insegna della perizia esecutiva, per 11 canzoni che rappresentano una sorta di breviario del rock progressivo, fine a se stesso e, lasciatemelo dire, mortalmente noioso. In poche parole, un album per veri “progger”…

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