Home > Recensioni > The Flying Padovanis: Three For Trouble

The Secret Policeman Band

Henry Padovani non è molto noto al grande pubblico. Dai più, viene ricordato come il primo chitarrista dei Police di Sting e Steward Copeland, con i quali incise nel 1977 il primo singolo, intitolato “Fall Out”.
Pochi però sanno che Henry, policeman o meno che fosse, il mondo della musica non lo ha mai abbandonato. Ricordiamo infatti stata la sua collaborazione con la IRS record di Miles Copeland, etichetta discografica indipendente (spesso ricordata per aver messo sotto contratto, tra gli altri, i REM), nonché, nel lustro che va dal 1994 al 1999, l’attività svolta come manager di Zucchero, con il quale ha dato vita a una collaborazione professionale e artistica da circa (stando ai numeri di fonti ufficiali) dieci di milioni di dischi venduti.
Tornando alla musica suonata, Henry, andatosene dai Police quando ancora non erano diventati il mastodonte artistico e commerciale che di lì a pochi anni sarebbero diventati, dopo un paio di altre esperienze in gruppi minori, agli inizi degli anni ’80 fondò i Flying Padovanis, con i quali diede alle stampe “Font l’Enfer” nel 1982 e “They Call Them Crazy” nel 1987, opere che fecero guadagnare alla formazione il nomignolo affettuoso di “The Kings of Instrumental Rock”.
Questi re, proprio in questi giorni, a distanza quindi di vent’anni e più dalla loro ultima fatica discografica, pubblicano il proprio terzo full-length: “Three for trouble”.
[PAGEBREAK] Un lavoro completamente strumentale, che raccoglie parecchi brani pubblicati nei due album già editi nei primissimi anni Ottanta, e che dalla musica strumentale per come ormai si è abituati a considerarla oggi appare piuttosto lontano. “Three for Trouble”alla voglia di impressionare il pubblico con evoluzioni e piroette sostituisce la voglia di sorprendere e stupire attraverso un prodotto cangiante e sfaccettato, nel quale difficilmente si riescono a prendere dei punti di gravità permanenti e stabili, e che nella moltitudine di impressioni, sentimenti, atmosfere e ambientazioni cela il suo profilo migliore. Un lavoro nel quale, più che concentrarsi sui singoli pezzi, vale la pena godere dell’impressione e del feeling generale di cui si fregia.
È un album fatto di momenti brevi e concisi, intrisi di atmosfere alternative e indipendenti da qualsiasi concessione tanto al mainstream che allo shredding, ma non anche da alcune piccole reminiscenze strumentali (ovviamente soprattutto per quel che riguarda le linee di chitarra) che tanto ci ricordano i primi Police – in una piccola concessione al revival che comunque, può fare piacere.
Henry e i suoi fidi compagni (Paul Slack al basso and Chris Musto alla batteria) si rivelano ancora una band compatta e coesa, dotata di buon gusto artistico, nonché capace, tra atmosfere alla pulp-fiction, western anglo-francesi, e ambientazioni post-punk, anche di una certa sensibilità artistica quasi romantica oseremmo dire, celata a dovere, come a evitare di prendersi troppo sul serio, dietro a un po’ di sano umorismo.
Un disco sui generis peraltro suonato e registrato come si deve, figlio non di questi giorni ma che in questi giorni certo non dimostra tutti gli anni che le sue influenze e gli ingredienti artistici di cui è fatto hanno, in definitiva risultando un buon esperimento ma certo non una pietra miliare nella storia della musica.

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