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The Fratellis: That’s entertainment

Il frontman della band indie rock di Glasgow The Fratellis settimana scorsa era a Milano a fare promozione al nuovo disco, “We Need Medicine”, in uscita agli inizi di ottobre. Lo abbiamo incontrato alla Santeria per una round table e ne è uscito un interessante faccia a faccia. Date un’occhiata.

Nel 2009 vi siete sciolti come gruppo per proseguire carriere individuali. Pensi che questo abbia aiutato il futuro della band, sia rafforzandola sia dandole maggiore esperienza da condividere tra voi?
Probabilmente perché il tempo fa così, non voglio essere più vecchio e più saggio. Certamente non voglio diventare troppo cresciuto. Ma questa cosa doveva essere fatta, e ha avuto un effetto sicuramente positivo su di noi. Avevamo bisogno di stare lontani l’uno dall’altro per ricordarci come mai ci eravamo piaciuti agli inizi. Penso ce ne fossimo completamente dimenticati.

Jon, faccio questa domanda anche a te: cosa ne pensi dell’indipendenza della Scozia?
Non so quanto sia necessaria. Certamente c’è una parte di me che vorrebbe vederla perché renderebbe la vita interessante, perlomeno. Di sicuro non voglio pagare più tasse di così (ride). Non ne hanno ancora parlato, ma non si sa mai. Tu non vorresti pagare più tasse, giusto? Nessuno ne vuole sapere (ride).
Ad ogni modo, lo troverei abbastanza interessante come cambiamento. Non penso succederà, troppa gente ha timore delle conseguenze. Io personalmente non ho più votato da quando ho compiuto i diciotto anni, quindi nel 1997. Questo caso mi sembra importante, non si tratta di elezioni o simili. Ci vuole troppo tempo per andare al seggio e votare (ride).

Sempre riguardo questo argomento, sei stato contento di vedere ai giochi olimpici le squadre del Regno Unito?

Un tempo ero molto contrario all’Union Jack, era il periodo in cui mi definivo socialista. Non lo farei più, ora come ora. Non sono nazionalista in alcun modo, che si tratti della Scozia o del Regno Unito, non è così importante per me. Eppure vedo che le persone tendono ad avere un atteggiamento fascista al riguardo.
Quante domande politiche… del resto la musica è tediosa (ride).

Adesso passiamo alla band allora. Quando avete realizzato che era il momento giusto di tornare in scena?
Quando ci sono finiti i soldi (ride). Non è vero.
Semplicemente è successo, non ci siamo stati sopra a pensare. Così come abbiamo preso una pausa, perché necessaria, ci siamo poi ripresi. Un giorno mi sono svegliato e ho pensato che sarebbe stata una buona idea tornare insieme. Sono felice che sia successo, altrimenti non sarei qui a parlarne a quest’ora. È bello andare a suonare la chitarra coi propri amici, è una cosa di base che avevo completamente dimenticato. E suonare davanti all’audience è stata un’altra cosa che mi è tornata in mente e di cui non ricordavo la sensazione. Dovevamo farlo di nuovo.
Non potrei immaginare la mia vita in una maniera differente da quanto è ora. Sono contento di non aver cambiato idea e che la band mi abbia risposto di sì, perché avrebbero anche potuto dirmi di no. Semplicemente non bisogna mai pensare troppo alle cose.

Le canzoni contenute in “We Need Medicine” sono tutte nuove di zecca o alcune son state scritte molto prima?
No, sono tutte nuove. C’erano giusto due o tre canzoni già scritte; abbiamo suonato ad alcuni show e non sapevamo ancora se a qualcuno sarebbe interessato il nostro materiale. Abbiamo fatto tre o quattro live e alcune persone si sono interessate, quindi ne abbiamo aggiunti altri e più gente ancora s’è fatta viva. Così abbiamo per forza dovuto metterci sotto con un nuovo album. Ma non era una cosa premeditata, anzi.
Inoltre volevamo far uscire un disco che fosse bello da suonare dal vivo. La maggioranza dei pezzi che suoniamo ai concerti vengono dall’esordio, e non volevamo suonare granché del secondo album. Avevamo perciò bisogno di un LP che avesse un senso, suonato davanti al pubblico e questo è ciò che è uscito. Potremo suonarlo, si spera, fino a quando durerà la nostra carriera, finché avremo entusiasmo per quei brani.

Dobbiamo aspettarci qualcosa di speciale dal tour?
Più speciale di noi e basta? (ride)
Cerchiamo di essere speciali ogni sera, è un’altra delle cose a cui non eravamo abituati. Stando ognuno per conto proprio per un po’ penso che abbiamo imparato a dare tutto ciò che abbiamo in ogni show in cui ci esibiamo. Non possediamo alcun tipo di show business, non siamo così carismatici sul palco; l’unico modo che abbiamo per andare avanti è mostrare alla gente che viene a vederci che ci stiamo mettendo l’anima in tutto quello che facciamo. Dovrebbe essere abbastanza.
[PAGEBREAK] Avete provato a sperimentare con il nuovo disco?
Non possiamo farlo. Non dovremmo proprio sperimentare. Potremmo sprecare un sacco di ore a fare sperimentazione e sarebbe, appunto, solo una perdita di tempo. Non mi interessa essere sperimentale: mi piace intrattenere me stesso e con la band cerchiamo di divertirci. Non è che abbiamo qualcosa contro la sperimentazione di per sé, anzi; non saprei nemmeno definire “sperimentazione”. Potremmo suonare i bicchieri da vino? (ride)

Suonate per il pubblico, insomma, e per voi stessi.
Esatto, è quel che viene spontaneo fare. Il primo disco lo fai per divertire te stesso, perché non hai ancora dei fan e probabilmente nessuno ti ha mai sentito suonare. Lo fai solo per te. Siamo tornati a fare questo: non abbiamo una label, non abbiamo un management, nessuno sapeva avremmo fatto un album e nessuno se lo aspettava. Siamo una rock’n’roll band e non possiamo essere diversi. Potremmo anche provare a diventare altro, ma finiremmo in un disastro. Siamo felici con ciò che abbiamo adesso. Ci auguriamo che ci sia ancora intrattenimento in quanto facciamo.

Come fate a scegliere le canzoni da suonare ai concerti, contando che le vostre scalette sono molto corpose?
Ci stiamo avvicinando alle trenta e passa tracce a concerto. Noi vogliamo che le persone che vengono a vederci possano ascoltare i brani che desiderano, cerchiamo di accontentarle. Vogliamo dare alla gente quel che vuole e al contempo noi vogliamo ottenere quanto vogliamo. L’unico modo per trovarci d’accordo è quindi suonare per molto tempo ai live, perciò le nostre scalette si stanno allungando sempre più di volta in volta. La gente paga per un biglietto e quindi si merita di avere le canzoni per cui è venuta allo show.

Anche io quando vado a vedere Bruce Springsteen, dopo magari un’ora e mezza di concerto, mi dico “Ma non ha ancora suonato questa canzone” e rimango con quel senso di insoddisfazione. Per cui bisogna dare alle persone qualunque cosa vogliano, ma accontentare te stesso contemporaneamente.

L’artwork del disco fa molto pop art. Come avete scelto l’immagine?
Sì, dà quell’idea. Non avevo realizzato fosse così pop art fino a poco tempo fa, quando me lo hanno fatto notare. Pensavo fosse più da fumetto. Ciò che stavamo cercando era un’immagine che esprimesse il titolo, “We Need Medicine”, in maniera che a vederla ti venisse da chiedere che cosa fosse successo al personaggio, perché stesse gridando “We need medicine”, cosa diavolo è successo? Perché dal volto si vede che sta gridando disperatamente. Quella che abbiamo trovato funzionava benissimo in questo senso.
Potresti mettere una nostra foto sulla copertina, ma non andrebbe bene; potresti fare qualcosa di totalmente astratto, ma non funzionerebbe lo stesso, perché non siamo una band astratta. Dovevamo essere abbastanza ovvi, così come per “Costello Music” avevamo usato una pin-up degli anni Cinquanta. Noi siamo fatti così e non possiamo spingerci laddove non apparteniamo.

La settimana scorsa abbiamo ricevuto le copie da autografare e abbiamo dovuto farne quattromila. Sapete quanto ci vuole a firmarne così tante? (ride)
Ci vogliono all’incirca due ore e quarantacinque minuti per farne mille, e ciò è capitato perché nel primo scatolone ce n’erano soltanto mille. Dopo averle autografate tutte ho pensato “E ora ce ne sono altre tremila da fare”. Mi ci son voluti due giorni alla fine. Ma è stato bello vedere come sono uscite; non so quanti negozi di dischi lavorino attualmente, non so se il nostro disco sarà in esposizione e ben visibile in giro. Non vado nei negozi di dischi molto spesso. Purtroppo. Scusatemi (risata generale).

Se dovessi scegliere tre album soltanto da portare via con te, quali prenderesti?
Sicuramente “Blonde On Blonde” di Bob Dylan…

Uno dei vostri album?
No! Sarebbe l’ultima cosa che mi porterei dietro, un nostro disco (risate).
Poi porterei “London Calling” dei Clash… Comunque solo tre è una crudeltà. Troppo difficile scegliere.
[PAGEBREAK] Com’è il rapporto con gli altri componenti del gruppo?
In realtà non ci frequentiamo molto nella vita di tutti i giorni. Va bene così. Quando facevamo le interviste tutti insieme la gente rimaneva confusa da questa cosa. Probabilmente l’abbiamo anche spaventata molto (ride).

Non ci sono degli aneddoti divertenti che ci puoi raccontare?
Oh cavolo. Penso siamo la band più noiosa che abbiate mai incontrato. Ho sempre la sensazione che la gente pensi, sentita la nostra musica, che noi siamo degli scapestrati simpaticissimi e divertenti, ma in realtà non è così, siamo l’opposto. Sul nostro tour bus rimarreste shockati per quanto siamo tranquilli e ai nostri posti.
Sto pensando a storielle divertenti… Stan una volta mi ha fatto una tazza di tè, non so quanto possa essere divertente. Mi ha fatto la tazza e io l’ho ringraziato, mi ha detto che purtroppo non aveva alcolici a disposizione, quindi non poteva offrirmi altro. Non è affatto divertente, no? Fa schifo (ride).
Vedete? Non succede alcunché dai Fratellis. Mi dispiace davvero (risate).

Faresti ancora qualcosa da solista?

No, per nulla al mondo; non ne vedo la ragione. Avevo delle idee, le ho messe in un disco e l’ho pubblicato. Non sapevo cosa stessi facendo, sinceramente. Avevo dei soldi e ci ho fatto un album; avrei potuto semplicemente prendere quei soldi e tenermeli per altro.
Finito un album ne ho fatto un altro, ma solo per me stesso. E davvero, quello mi è piaciuto, eppure non sarà mai pubblicato. Ma ho dovuto farlo per assicurarmi che fosse qualcosa che volevo fare io per me stesso. Non sono mai usciti dei singoli né qualcosa è mai passato nelle radio, perché tanto nessuno l’avrebbe sentito quel disco. E il bello è che mi ci sono voluti dei mesi per farlo, è pure costato una fortuna e nessuno lo ascolterà mai. In effetti è una cosa molto perversa da fare, mettere te stesso in qualcosa e poi dire “La tengo tutta per me”.

“Santo Domingo” per esempio è stata fatta passare su Virgin Radio in Italia.

Davvero? Non lo sapevo (risate)! Sono abbastanza sorpreso da questa faccenda.

Probabilmente stavano cercando qualcosa dei Fratellis, hanno trovato quel pezzo e han pensato fosse la stessa roba… ed eccola in radio.
Sì, sarà successo sicuramente così (risate).
Noi comunque avevamo un certo tipo di audience, ce l’eravamo costruita a fatica. È una follia non sfruttare quell’audience e non continuare ad offrirle la musica che vuole, per crearsi invece un pubblico tutto nuovo dall’inizio. Soltanto un pazzo farebbe una cosa del genere… cosa che io ho fatto (ride).

La nostra intensa chiacchierata (eravamo in quattro contro uno) si è conclusa con l’autografo delle copie del nuovo disco e qualche battuta.
Vi ricordiamo che Jon insieme a The Fratellis si esibirà domenica 8 dicembre 2013 ai Magazzini Generali di Milano.
Insomma, fateci un pensiero grande.

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