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  • The Gathering: Accessories & B

    The Gathering

    Data di uscita: 16-09-2005

    Loudvision:
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Successi già famosi

Ecco un buon modo d’indisporre un fan… Se è da una parte vero infatti, che gli stessi The Gathering avevano tentato d’osteggiare un’uscita come “In Motion” con la quasi contemporanea “Sleepy Buildings” per la loro Psychonaut Records, altrettanto vero è che non ci si sarebbe mai aspettati tanta motivazione e compartecipazione in un “boicottaggio” come questo “Accessories – Rarities&B-Sides”, quanto più la determinazione propria d’una questine di principio. Perché diciamocela pure tutta: questo doppio non vale nemmeno la metà di quello che costa.
Il primo, “The B-Sides”, comprende brani estratti da cd singoli (i vari “The May Song”, piuttosto che “Amity”, piuttosto che, tanto per intenderci), scelti secondo il ben poco scientifico e del tutto opinabile metodo della più allucinata “schizofrenia estetica”: accanto a dei live assolutamente immaturi quando non addirittura fastidiosi (“Strange Machines” e “Leaves” con orchestra, come esempi di cacofonica bruttezza), e ad una “Third Chance” che sono ancora qui a chiedermi in cosa differisca dalla versione di “Nighttime Birds”, troviamo apoteosi musicali quali la “Shrink” di “Liberty Bell”, o la cover di “In Power We Trust The Love Advocated” dei Dead Can Dance, unici due episodi che in qualche (incantevole) modo si distinguano. Per il resto, nulla è quantomeno degno d’essere segnalato: tutte versioni che un appassionato dovrebbe conoscere da lunga pezza ormai, e conseguentemente inutili. Il secondo, “The Rarities” risulta, se non altro idealmente e formalmente, un attimino più interessante, contenendo molte demo-session di “Nighttime Birds” e del successivo “How To Measure A Planet?”, tra cui due delicatamente meravigliose strumentali mai rilasciate, “Diamond Box” e Hjelmar’s”.[PAGEBREAK]Resta però inequivocabile un amarissimo fatto: nessun embrione arriva a discostarsi poi molto dalle produzioni ufficiali, se non per ingenuità… Trattasi come sempre di quel genere di materiale che solo i fan più accaniti possono trovare interessante: le versioni demo rendono più evidenti refrain chitarristici meglio nascosti nel mix finale; rendono più umana e normale un’invenzione, che sotto l’orpello della post-produzione diventa un arrangiamento al limite del geniale; rendono più vicina e meno effettata la voce di Anneke, più evidente l’intento delle sue linee vocali. Ma andando all’origine di tutto questo: c’è un motivo per cui il risultato estetico finale nei due album veri e propri è migliore. È il senso di tanta meraviglia per i The Gathering che furono: quello di occultare, mascherare, rendere artificiosamente più delicato e patinato l’insieme di dettagli che va a comporre il composito fluire di strumenti, suoni ed impressioni. Mentre non ha molto senso spogliare le loro musiche delle innocenti astuzie, non rende per niente più godibile la cosa, salvo per chi ansima alla sola idea di poter accedere a quello che i brani completi erano prima di venire prodotti.
Insomma: una chicca per orecchie fanatiche, ma niente di più (con la sola eccezione di “Probably Built In The Fifties”, molto più accattivante, per quanto più buttata vocalmente lì, di quella che tutti conosciamo). Questo, fondamentalmente, quanto. Non aspettatevi nulla di più, perché tanto non l’avrete. E sì, la stizzosa delusione è molta, moltissima. Ed un artwork elegante e sofisticato non è certamente abbastanza.

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