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  • The Gathering: Mandylion

    The Gathering

    Data di uscita: 01-09-2005

    Loudvision:
    Lettori:

Il debutto di Anneke e la fondazione

Settembre ormai inoltrato. Disteso supino sull’erba umida dei rugiadosi albori del giorno, vaneggi ad un cielo plumbeo venato d’ambra, mentre attendi l’imminente pioggia che al sussurrìo delle circostanti fronde aggiunga la sua voce, inizialmente roboante, per poi discretamente comprimersi in un incessante, ticchettante sottofondo…
“Mandylion” (ri)suona di natura primordiale, d’impulsi emotivi, d’istinti intacitabili. Primo album dei The Gathering con l’immensa e sola Anneke alla voce, esso è senza dubbio il più genuino ed il meno cerebrale; tipico esempio questo di come l’anima, erroneamente ritenuta inconcretizzabile, possa invece gridare, attanagliare, carezzare con alito caldo… e piangere, disperarsi. L’istinto visionario s’insinua con “Strange Machines”, facendovi restare ammaliati dalle doti canore che si librano a piacimento in un viaggio nel tempo in cui accenni di industrial amplificano l’ampiezza sonora. Una malinconia, quella espressa, che stria, quando non li adombra da protagonista esclusiva, ogni stato d’animo presente. La struggente coppia “In Motion#1/#2″, dove parti strumentali di piacevolezza memorabile si intingono nelle liquide tonalità addolorate delle liriche, mostra i The Gathering che finalmente trovano punti di forza su tutti i fronti. Le chitarre accompagnano storie d’abbandono ed amori infelici, tristi; delicata colonna sonora in arpeggio dei momenti più riflessivi (“Leaves”), divengono repentinamente possenti quando devono sorreggere l’apice patetico (“Eléanor”), sospingendo ulteriormente vocalizzi già in fuga. Le tastiere si librano leggere, guardando da nebulosa postazione alt(er)a l’umana miseria: esse fluttuano supponenti, mostrandosi nella misura della loro superiorità donando una grazia impalpabile ai brani di tormento. Aperto dal punto di vista ritmico, i battiti rispondono ad una diastole-sistole disillusa ed ormai imperturbabile, ed anche nei momenti più drammatici non perdono minimamente di compostezza.[PAGEBREAK]Com’è pure vero che il traguardo estetico è così vicino ad una empatia sentimentale, che non sorprende come la stessa Anneke si faccia cantastorie trascinata dalla bellezza dell’agrodolce delle sue liriche. Piena di senso e di sentimento, la sua interpretazione va sempre oltre il semplice provare, ma non si erge pretenziosa sopra la comprensione emotiva, catturando l’ascoltatore nella dimensione soggettiva più prossima all’immedesimazione totale. “Mandylion”, traccia dedicata ad un amico scomparso, spicca per rara e tribale bellezza; sentita sin nel midollo spinale, si arrampica sulla nostra spina dorsale con termico effetto di caldo-freddo. L’incanto vocale ci narra di sogni d’onnipresenza e compenetrazione, d’incomprensione dei sentimenti – come il lungo canto del cigno in “Sand And Mercury”; con compartecipe attitudine, si/ci immerge in un mondo di paludosa foschia, dove la voce deve necessariamente arrivare più lontano possibile, se si vuole che l’eco ci aiuti a disegnarne i confini. La dimensione è oniricamente evanescente, incerta; eppure, talmente suadente da desiderarne il fascinoso dolore.
Aprile alle porte. Disteso supino sull’erba umida di neve sciolta, imprechi ad un cielo latteo ed un sole anemico, mentre speri che da quegli stessi steli scivoli via, insieme alle tracce del gelido inverno, anche il residuo del tuo, da sempre, sperato sbrinamento.

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