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  • The Gathering: The West Pole

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Back to basics

Dannati olandesi, ci hanno illuso un’altra volta. Illuso che, nonostante l’abbandono di Anneke, il suono dei The Gathering potesse continuare a brillare di luce propria.
Illuso perché “When Trust Becomes Sound”, primo brano del nuovo “The West Pole”, è una mazzata sui denti, un mattone di stoner psichedelico e dal vago sapore ’70s che profuma di deserto e acidi.

E noi speravamo che tutto il disco si potesse muovere su quei binari.
E ovviamente non è così.

Intendiamoci, i “nuovi” Gathering, quelli che hanno abbandonato le tentazioni trip-hop per tornare verso la fuzziness di “How To Measure A Planet”, sono comunque una bella sorpresa, che si muove a metà tra il dream-pop/shoegaze che va tanto di moda ultimamente e la botta rock. Impossibile accusarli di riposarsi sugli allori: “The West Pole” è un disco diverso dai precedenti, anche inaspettato, spogliato di elettronica e orpelli vari. È sempre musica che gioca molto con le atmosfere, ma senza la tentazione di clonare ciò che era prima.

Allora dov’è il problema? Forse nel timbro della new entry Silje Wergeland, troppo angelico ed evanescente, o nelle sue linee vocali goticamente retro, come andavano di moda dieci anni fa. O forse nei pezzi, tutti invariabilmente dritti e quadrati, come in una versione mainstream dei Within Temptation.

I fan dei Gathering possono stare comunque tranquilli: “The West Pole” suona coraggioso e interessante. Tutti gli altri ci pensino comunque due volte prima di avventurarsi nell’ascolto.

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Contro

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