Home > Recensioni > Il viaggio di Arlo

Il secondo film dei Pixar Animation Studios di quest’anno (il primo è stato “Inside Out“) nasce da uno spunto sicuramente meno ambizioso di quello del film precedente, ma il risultato finale è forse persino migliore.

Con “Il viaggio di Arlo” (“The Good Dinosaur” in originale) la Pixar sceglie l’ambientazione preistorica, cosa che altri studios di animazione hanno già fatto prima (la saga de “L’era glaciale” dei Blue Sky Studios, o il recente “I Croods” della DreamWorks).

In realtà l’idea originale era ben più eccentrica: la preistoria di “Il Viaggio di Arlo” sarebbe dovuta essere una realtà alternativa in cui i dinosauri non si sono estinti e si sono evoluti anche più velocemente dell’uomo. Come ci raccontava il supervisore alla storia Kelsey Mann alla Festa del Cinema di Roma, in una prima versione i dinosauri erano alle prese con la tecnologia moderna.

Quell’idea di storia alternativa è stata poi abbandonata, e lo stesso espediente del what if introdotto nel prologo rimane solo una nozione che giustifica l’esistenza dei dinosauri contemporaneamente agli esseri umani. Questo gioca a favore dell’universalità del racconto, basato invece sull’idea del “ragazzo e il suo cane” a ruoli invertiti.

Il protagonista è l’animale, Arlo: giovane brontosauro afflitto da ansia cronica sin dalla nascita, si allontana dalla sua famiglia di agricoltori per inseguire un cucciolo umano. Il piccolo umano non è civilizzato, non parla ed è un predatore relativamente temibile, ma affrontando diverse peripezie i due diventeranno amici, prendendosi cura l’uno dell’altro come farebbe un padrone con il suo animale da compagnia (ma chi è chi?). 

La vicenda serve in realtà solo da pretesto a una serie di incontri con altre creature selvagge, amichevoli e non, che porteranno il pavido Arlo a affrontare le sue paure.

Una storia lineare, stucchevole se non si cede ai sentimentalismi, ma anche sorprendentemente cruda nel suo insistere sulle spietatezze della natura selvaggia. 

Ma “Il viaggio di Arlo” si pone anche come pietra miliare del cinema d’animazione in computer graphics dal punto di vista tecnico. Sui fondali e sugli effetti la Pixar ha raggiunto livelli di fotorealismo impressionanti, che ha scelto saggiamente di applicare solo alle figure inanimate. Torna di primaria importanza anche la ricerca sulla fotografia e sui colori, che sembravano abbandonati da troppo tempo, dall’epoca di “Alla ricerca di Nemo”, “Gli Incredibili” e “Ratatouille”.

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Come tradizione il film arriva al cinema preceduto da un cortometraggio originale, che in questo caso è “Sanjay’s Super Team”. Un film che, per la prima volta nella storia trentennale della Pixar, apre con il cartello di avviso “tratto da una storia vera”. Il corto è infatti semiautobiografico, ispirato all’infanzia del regista Sanjay Patel quando cercava di conciliare l’immaginario televisivo occidentale con le tradizioni religiose della sua famiglia induista. Un corto che fa leva su effetti speciali e colori abbaglianti ma che, al solito, è in realtà una celebrazione dei rapporti umani, in questo caso il rispetto fra padre e figlio.

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