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We don’t need no music: The Graduate

A piedi scalzi, sulle mattonelle ancora tiepide di sole. I nostri corpi si amano senza sosta mentre gli occhi fuggevoli accarezzano il cielo e le stelle.

Nessuno può vederci, mentre noi possiamo tutto. Ti mordo un orecchio che sa di mare e di estate. Penso che questo momento dovrebbe durare in eterno. Davanti a noi i palazzi scuri, le luci spente ed il vento. Il vento silenzioso che trascina odori lontani. Contadini remoti accendono fuochi nei campi che non riusciamo a raggiungere nemmeno con il pensiero. Oppure si tratta dei roghi delle prostitute sul ciglio delle strade di campagna. Quelle scintille diventano incendi, producono fumo acre che avviluppa gli alberi ed il cielo. Mi muovo dentro di te. Le mani frettolose che vogliono sentire tutto, stringono, graffiano, odorano di sudore e saliva. È tutto perfetto e profondato. Tutto quieto; persino i nostri respiri che fanno attenzione a non tramutarsi in tempesta. Viene spontaneo sorridere e poi, subito dopo, piangere. Dentro, nella mia stanza c’è un materasso per terra. Le lenzuola bagnate di pozze d’amore e sangue mestruo. Una sindone che profuma del tuo corpo e dei miei pensieri. “Ti ricorderai di questi occhi quando sarai lontana?”. Dico queste parole quasi sospirando. “Guardali attentamente, voglio che tu ricordi ogni singolo particolare perché questi sono gli occhi di chi ti ama”.

Fuori una civetta bianca vola sopra di noi, scende verso gli alberi e scompare. Il suo richiamo suona solitario e riverberato, tra i balconi colmi di vasi. Questa apparizione è un presagio nefasto? Non c’è tempo di saperlo. Bisogna spingere più profondamente. La necessità è scomparire l’uno nell’altro con le mani ben attente a favorire l’annullamento. Ti aggrappi alla mia schiena, hai la bocca aperta, i capelli umidi sulla fronte. C’è stupore, la sensazione distinta che non esiste, né potrà mai esistere estasi maggiore di questa. I muscoli si contraggono tra un vaso e l’altro, sfiorati dalle piante. È un rilasciamento infinito che ci sorprende contemporaneamente.

Chiedo le tue labbra ancora una volta. Sono saline anch’esse. Tracce di oceano sulla tua pelle e sabbia tra le dita dei piedi. “Avresti mai desiderato raggiungere queste vette sapendo che non ci sarebbe stato metodo per discendervi?”. Parli senza fiato, quasi strozzata ed intanto guardi di sotto. La testa appoggiata sul ciglio del balcone. Io dietro, ancorato al tuo ventre, il viso schiacciato sulla tua schiena. Tutto tace nel cuore della notte. Roma d’estate, tra un sabato ed una domenica qualsiasi. Sapore di fumo e mattoni tiepidi. Gabbiani rinnegati che hanno dimenticato il mare e le rive sporche di catrame ora volteggiano come spiriti bianchi. Padroni della notte, insieme alla civetta solitaria.
[PAGEBREAK] Crollo sul materasso e tu ti rannicchi tra le mie braccia. Sei un animale piccolo ed indifeso. Non hai una coda da stringerti attorno ma solo un lenzuolo madido di sangue rappreso e il mio corpo macilento. Il sonno arriva veloce e ci sorprende. Un’ora, forse due. Proviamo sulla pelle i graffi del silenzio. La stanza è scura, i tuoi occhi a volte si aprono senza volerlo e brillano nell’oscurità. Sono sempre il primo a destarmi e a masticare amaro. Ti sveglio, ci rivestiamo senza dire nulla. Una maglietta indossata al rovescio. La targhetta di fuori ma troppo sonno e troppa malinconia per ricompormi. Più tardi sulla strada. Il raccordo anulare è deserto. Il cielo si tinge di bianco e le montagne all’orizzonte sembrano nascondere incendi alle loro spalle. Poi i cascinali abbandonati, in mezzo a campi oscuri risorgono dall’ombra. In lontananza la linea di palazzi e quartieri postbellici. Palazzi squadrati che aggrediscono la campagna, con le loro antenne, le loro parabole.

Non dico nulla. Non c’è bisogno di musica ma solo del filo d’aria che filtra dai finestrini. Sotto casa tua la mia bocca ti bacia ma il mio petto trema e fa di tutto per non guardarti andare via. Un saluto risucchiato dalla quiete. Odori di polvere, hai ancora il segno dei miei denti sulla pelle. È un addio nella notte; anzi a pochi minuti dall’alba. Un volante tra le mani, la velocità: attraverso le strade vuote della periferia e poi taglio per i campi. Chilometri nella tenebra rischiarata. L’ansia e la disperazione combattono contro gli occhi che si vogliono chiudere. Esiste condanna peggiore di assaporare l’amore e poi lasciarlo fuggire ? La sensazione di arsura in bocca mi riporta all’infanzia quando rimanevo solo, di notte, ed avevo paura che l’oscurità mi inghiottisse. Avevo un sogno ricorrente, un sogno in cui sprofondavo in una pozza scura di acqua densa e vischiosa. Lo spazio per l’ossigeno finiva piano ed il sugo nero mi invadeva i polmoni e gli occhi. Sono nella stessa pozza e sprofondo, e c’è qualcosa che brucia sulla mia pelle. C’è il pianto di cui mi vergogno che sale dall’esofago. È un rigurgito di paura e rassegnazione. Ma esce fuori con l’esplosione di un’imprecazione. La macchina cammina tra i campi. Rinnego Dio, lo bestemmio. Avveleno l’aria, il muco dal naso mi contamina la bocca. Me la prendo con il volante.

Accosto nel nulla. Silenzio. Silenzio che ti atterra, ti riempie. “Sei troppo codardo per urlare, per fare il matto, per cacciarti un dito in gola e vomitare il magma che ti scorre dentro”, ululo disordinatamente. Remissivo e profondato, sono lo stesso di sempre. Bambino, nonostante gli anni, con la stessa paura di affogare nel buio. Mi andrebbe di mordere e sanguinare, ma è solo il pensiero di una figura indistinta e sfumata, la mattina presto, sul ciglio di una strada di campagna. Sono solo il ragazzo che ti ama e che, solitario, torna dietro il volante. Lo tengo stretto e ritorno a casa, senza dire nulla. Il mio corpo si odia. Lo fa con occhi fuggevoli che carezzano il cielo e le stelle. Nessuno può vedermi, mentre io posso tutto.

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