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The Hateful Eight | Incontro con Quentin Tarantino

«Buongiorno!», esordisce Quentin Tarantino all’incontro romano con i giornalisti: il regista si trova in città per presentare “The Hateful Eight“, il suo nuovo film che arriverà nei cinema italiani dal 4 febbraio con Leone Film Group e 01 Distribution in versione standard mentre già da domani, 29 gennaio, partiranno a Cinecittà le proiezioni speciali in pellicola 70mm nello Studio 5 appositamente preparato per l’evento.

Evento, sì: è così che Tarantino concepisce il Roadshow del suo ottavo film ed è così che lo viviamo noi, tra i teatri di posa della spettrale Cinecittà notturna che ci accoglie per la proiezione stampa (i colleghi di Milano lo hanno visto invece all’Arcadia di Melzo, unica altra sala italiana insieme alla Lumière della Cineteca di Bologna che proietterà il film in 70mm).

Le domande poste durante l’incontro all’Hotel Hassler di Roma testimoniano la difficoltà di etichettare “The Hateful Eight” con definizioni di genere: un western? Un film teatrale, un film politico? O un puro film di suspense con venature di violenza horror? Tutte queste cose insieme, probabilmente. Del resto, come dice lo stesso Tarantino, «fondere generi diversi è anche un modo per dare maggiore soddisfazione al pubblico che, in un certo senso, con un solo biglietto può vedere tanti film racchiusi in uno».

E tanti sono anche i modelli a cui il film attinge, da “La cosa” di John Carpenter («già “Le iene” ne era una rielaborazione») ai misteri in una stanza concepiti da Agatha Christie: «La neve e il freddo che assediano i protagonisti sono paragonabili al mostro di un film horror – riflette Tarantino – e mentre fuori infuria la tempesta, dentro i personaggi giocano una mortale partita a scacchi nella quale loro stessi sono le pedine».

Uno degli aspetti più sorprendenti di “The Hateful Eight” è proprio vedere il glorioso 70mm impiegato non solo per immergere il pubblico negli ampi spazi innevati che fanno da scenografia naturale alla storia degli odiosi otto, ma soprattutto per costruire la tensione nella lunga seconda parte del film, tutta ambientata all’interno di una stanza grazie a un uso brillante della profondità di campo: «il rapporto tra sfondo e primo piano è fondamentale (e Tarantino ce lo spiega bene anche nel film dopo l’Intermezzo prestando la sua voce al Narratore, ndr), è questo che crea la suspense».

Impossibile poi non parlare con entusiasmo degli attori: Tarantino a Roma è accompagnato da Kurt Russell e Michael Madsen (oltre che dall’amatissimo Maestro Ennio Morricone, autore delle musiche originali), ma nel film spiccano anche l’eloquenza e la straordinaria presenza scenica di Samuel L. Jackson, l’affilata ironia dell’inglese Tim Roth e la durezza amara e straniata di Jennifer Jason Leigh, per la prima volta nel cast di un film di Tarantino (l’attrice ha definito il ruolo uno dei «migliori della sua vita», insieme all’Anomalisa dell’omonimo nuovo film di Charlie Kaufman premiato a Venezia 2015).

Riguardo agli interpreti e al loro valore cinematografico, Tarantino ci offre una riflessione interessante: «I personaggi dei miei film sono spesso anche degli attori, ed è la loro capacità di fingersi qualcos’altro, in definitiva di recitare, che determina la loro sopravvivenza».

Tra gli otto personaggi principali c’è solo una donna, la prigioniera Daisy Domergue, interpretata appunto da Jennifer Jason Leigh, che il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) vuole consegnare alla giustizia e alla forca: «Ho sempre immaginato The Prisoner come una donna, ma è importante comprendere che se invece di Daisy Domergue avessimo avuto un Big Billy di cento chili, la storia non sarebbe affatto cambiata. Ed era proprio questo il punto: non modificare nulla nel racconto o nelle azioni dei protagonisti solo perché tra di essi c’è un personaggio femminile. Per questyo John Ruth è così violento con lei: non è disposto a comportarsi in modo diverso solo perché il ricercato che ha tra le mani è una donna. Allo stesso tempo però un personaggio femminile è capace di complicare le emozioni in gioco e la vostra stessa visione del film».

In questi ultimi giorni a Hollywood si parla molto della questione Oscars So White, ovvero l’accesa discussione nata in seguito alla presenza, per il secondo anno consecutivo, di soli bianchi tra i registi e gli attori candidati: tra aspre critiche e più o meno velate minacce di boicottaggio, l’Academy ha annunciato un cambio al regolamento per favorire una maggiore diversità già dalla prossima edizione. E tra gli esclusi non bianchi assolutamente meritevoli di nomination c’è proprio il monumentale Samuel L. Jackson di “The Hateful Eight”: «Certo, mi dispiace che Samuel non abbia ricevuto la candidatura, naturalmente secondo me se la meritava. Per quanto riguarda il boicotaggio della cerimonia, beh, io non sono stato candidato… Se fossi candidato, ci andrei!».

Foto: 01 Distribution 

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