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  • The Hateful Eight

    Diretto da Quentin Tarantino

    Data di uscita: 04-02-2016

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Pochi autori contemporanei sono in grado di trasmettere, attraverso i propri film, un così profondo e totale amore per il Cinema quanto Quentin Tarantino, cineasta e narratore che non ha mai dimenticato cosa voglia dire essere, soprattutto, spettatore.

Così, prima con il progetto “Grindhouse” ed ora con “The Hateful Eight”, l’esperienza vissuta dal suo pubblico diventa importante tanto quanto il film stesso.

Tentando di ricreare l’atmosfera dei grandi spettacoli itineranti degli anni ’50 e ’60, sceglie di portare in giro per il mondo la versione del film in 70mm, arricchita dall’Overture di apertura di Ennio Morricone, in grado di catapultare da subito nell’opprimente e malsana atmosfera del film.

Non si tratta esclusivamente della presa di posizione di un passatista ostinato (come ammetto di aver pensato io stessa all’inizio): quel «glorioso 70mm» diventa uno dei principali strumenti per dare forma all’esperienza a tutto tondo che ha immaginato. 

Tarantino sceglie di recuperare l’Ultra Panavision 70, usato per girare film come “Ben-Hur” (1959) e “Gli ammutinati del Bounty” (1962) e da tempo abbandonato, riutilizzandolo in maniera nuova e inaspettata, per portare il pubblico direttamente dentro la scena. Un formato panoramico, adattissimo a rendere la vastità degli innevati paesaggi naturali del Wyoming, ma che si rivela sorprendentemente adeguato per creare un’incredibile profondità di campo negli spazi chiusi.

“The Hateful Eight”, infatti, è ambientato principalmente in interni e costruito intorno a dialoghi serratissimi che, in un certo senso, ricordando il primo Tarantino di “Le iene”.

Si tratta di un western atipico, che ha quasi il sapore della pièce teatrale e che mescola con grande equilibrio elementi del giallo (i cosiddetti “misteri della camera chiusa”), dei film d’assedio e dell’horror, sembrando in qualche modo affine, per ambientazione e tematica, alle pellicole di Carpenter (a sua volta, ricordiamolo, grande debitore del genere western), in particolare “La Cosa” (1982).

In effetti, la storia di “The Hateful Eight” ruota intorno al clima di sospetto e paranoia che si instaura in un gruppo di otto sconosciuti ben poco raccomandabili, rimasti bloccati in un emporio isolato, mentre all’esterno imperversa una bufera. Tra queste, ci sono il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), sulla cui testa pende una ricca taglia di 10000 dollari, mentre chiunque degli altri sei potrebbe non essere chi afferma di essere.

Tarantino si rivela un maestro nell’accumulo della tensione, aiutato dalla cupa e incalzante colonna sonora di Morricone e dalle eccellenti interpretazioni di tutti i protagonisti. Kurt Russell riesce a donare un’incredibile autorevolezza al personaggio di John Ruth con la sola presenza scenica, a Tim Roth è affidata la tagliente ironia di Oswaldo Mobray, mentre Walton Goggins è una vera sorpresa nel ruolo dello sgradevole e nervoso Chris Mannix. Le vere colonne portanti del film, però, sono Samuel L. Jackson, assolutamente perfetto nel ruolo complesso e sfaccettato del veterano unionista Marquis Warren, e Jennifer Jason Leigh, quasi trasfigurata nella sua ruvida e irriverente interpretazione di Daisy.

Qualcuno, forse, accuserà di misoginia Tarantino per il trattamento riservato a quest’ultima, non rendendosi conto di quanto sia raro trovare personaggi femminili trattati dai propri autori esattamente come gli altri, trascendendo qualunque differenza di genere (come ha spiegato lui stesso alla conferenza stampa «John Ruth […] non è disposto a comportarsi in modo diverso solo perché il ricercato che ha tra le mani è una donna»). 

Il film, probabilmente, pecca un po’ di lunghezza e verbosità, ma la storia si prende il tempo necessario per preparare l’esplosione di sangue e violenza da cinema d’exploitation che non giunge certo inaspettata (e, per quanto mi riguarda, è stata molto apprezzata). Questa volta, però, la violenza del messaggio sembra quasi colpire più forte, in maniera inattesa: in questo grottesco spaccato del vecchio West, in cui non c’è spazio per gli eroi, sembra racchiusa una riflessione sugli Stati Uniti di oggi più feroce e complessa di quanto possa sembrare.

Così, passato e presente si mescolano nel processo tecnico, come in quello narrativo, in un film densissimo, che gioca con i generi, cercando di parlare di molte cose diverse, senza mai dimenticare di essere, prima di tutto, un onesto intrattenimento per il pubblico.

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