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    The Hives

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Metto cappelli, faccio musica

“Lex Hives”, ovvero: storia di Pelle Almqvist, suo fratello e il resto dei soci che sono tornati da un fika-break durato ben cinque anni.

Che il garage rock fosse il loro genere preferito, beh, s’era compreso già dagli esordi; non che questo in qualche maniera ci possa urtare. Anzi.
Più i The Hives fanno quel che sanno fare meglio, più meglio lo fanno – lasciateci uccidere l’italiano per rendere l’idea.

Il nuovo lavoro è un compendio di dodici tracce carichissime, grezze e tuttavia in gran stile. Del resto il quintetto si presenta in ghette e cilindro ma alla fine spacca i deretani a suon di chitarre, basso elettrizzante e batteria spezza-schiene, come se i testi irriverenti non bastassero.

Pelle, hai un nome bruttissimo, però sai usare la voce: passi dalle acute urla rockettare alla profonda serietà delle note più basse, così, fosse un nonnulla. Il tuo bassista è esteticamente inguardabile; in realtà siete tutti abbastanza “particolari”, che è il modo gentile di oggi per dire “brutti”. Eppure continuiamo ad applaudire, soprattutto perché stavolta ci avete messo un pizzico di blues e di nuovo che nel flop dell’altra volta mancavano.

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Contro

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