Home > Recensioni > The Homesman

Pochi cineasti al mondo sono capaci di unire alla classicità dello stile la capacità di tratteggiare personaggi dolenti, sofferti e dal percorso emotivo originale e poco bazzicato dal grande cinema delle majors.

Tommy Lee Jones è uno di questi. Attore ormai entrato nella fase calante della carriera, che gli sta permettendo però di trovare ruoli “anziani” di grande spessore (uno su tutti, lo sceriffo di “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen), ha trovato nel western la sua forma espressiva come regista. Era uno dei film in concorso più attesi, e si esce dalla sala con una punta di amaro in bocca, inutile negarlo.

Hilary Swank è Mary Bee Cuddy, 31enne, forte, solitaria, e alla ricerca compulsiva di un marito. Hilary Swank È il film: attraversata da pulsioni sessuali che la sua ferrea religiosità non le permette di sfogare o quantomeno di sopire, e convinta dal perbenismo della società in cui vive che una donna da sola abbia meno dignità delle altre. Ma basterebbe guardarsi intorno: le sue concittadine sono vessate da mariti assenti e/o violenti, portate alla pazzia.

E allora Mary si prende carico di portare nell’Iowa tre derelitte ormai senza coscienza propria, dal reverendo di Hebron (e da una Meryl Streep in veloce comparsata) che dovrebbe rimandarle nell’Est degli USA dal quale provengono. La vita, all’Ovest, è troppo dura. Si muore di freddo e di fame. Sulla strada aggrega, per denaro, un vagabondo senza nome (ne inventa uno al momento), interpretato dallo stesso Tommy Lee Jones.

È un film che corre su una doppia strada. Quella metaforica, altissima, complessa, profonda. E quella narrativa che, purtroppo, funziona molto meno. Un film, e per un western è un paradosso alquanto grave, più per la critica che per il pubblico. La mia valutazione deve necessariamente tener conto anche di questo. L’antiretorica sull’epoca pionieristica e della conquista del West rimane, il viaggio di formazione/distruzione si dimentica presto.

Quando le aspettative sono alte, un film anche solo riuscito può risultare deludente.

È il caso di “The Homesman“, discontinuo e diseguale nei diversi episodi narrativi, a tratti solo meramente illustrativo, bisognoso forse di un’asciugatina al montaggio. Ma con alcuni personaggi scritti benissimo e due scene che non dimenticherete più, due scene ultime, due ennesimi chiodi piantati nella bara dell’epica della frontiera: l’ultima inquadratura, con una chiatta che si allontana nella notte e un simulacro simbolico e musicale che viene inghiottito dalle tenebre; e l’ultima scena della Swank, di cui non posso dirvi nulla, raggelante. Ho iniziato quest’articolo credendo che il film meritasse la sufficienza, ora, ripensandoci e mettendo a posto tutti i tasselli, sono arrivato al 7, meglio fermarsi prima di andare ancora oltre.

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Contro

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