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“The Iceman” è un killer a cui da tempo la legge dà la caccia. Si dice sia spietato, e che abbia ucciso decine di persone su commissione. Il suo nome deriva dal fatto che ha tenuto una delle sue vittime in un congelatore per due anni.

Ma “The Iceman” è anche un uomo, Richard Kuklinkski, con un passato oscuro, un padre violento, un fratello disadattato, anche lui assassino. Ed è un uomo che non sa amare, e i cui unici sentimenti a emergere sono quelli per la moglie e le due figlie. L’odio è insito dentro di lui, è l’imprinting datogli dalla sua famiglia: è da questo punto di vista che il regista israeliano ce lo presenta, tanto da costringere lo spettatore, in qualche modo, a parteggiare per lui, a sperare che non venga scoperto, nonostante a volte lo si ritragga mentre fa a pezzi cadaveri insieme a un socio prima di congelarli. Come a voler suggerire che una parte oscura, dopotutto, c’è in tutti noi.

La prospettiva, quindi, è decisamente coraggiosa. Il film di Ariel Vromen, nella sua costruzione, un po’ meno. Siamo di fronte, infatti, a un classico thriller psicologico, abbastanza prevedibile. Eccezionale, però, la prova interpretativa di Michael Shannon che brilla in un cast comunque di qualità: sua moglie è infatti Winona Ryder mentre uno dei boss per cui lavora è Ray Liotta, perfettamente nei suoi panni in questa sorta di gangster movie. Abituato a ruoli in cui il personaggio è in lotta con il proprio io e le proprie paure, si veda il bellissimo “Take Shelter”, Shannon rende “The Iceman” credibile, entrando, perfino, nel cuore degli spettatori.

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Contro

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