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When a whitey loves a nigga

Ci vuole coraggio a suonare un free jazz dalle tinte spiccatamente funky nel 2011. Però se lo si fa con assiduità e dedizione da venticinque anni il discorso è diverso.

Il James Taylor Quartet è una band di supermusicisti con a capo, indovinate un po’, James Taylor, hammondista di quelli che mettono il loro strumento al centro della scena (un po’ come per Booker T. Jones già recensito qui su Loudvision).

Tecnica impressionante, sonorità tipicamente anni ’80, un frizzante mix di botta e risposta tra gli strumenti che scatena orgiastiche pulsioni musicali. Musica nera assimilata (bene o male) dai bianchi, acid jazz che ogni tanto lascia un po’ di spazio a qualche sortita tipicamente soul. Ma una musica che risulta molto più cervello che anima.

Questo è il grande difetto dell’uomo bianco. Pensare di aver capito la musica nera e riproporla contando di riuscire a governarla. Mettiamo subito le cose in chiaro: è semplicemente impossibile. I migliori casi di bianchi che si appropriano della musica nera sono contaminazioni o fraintendimenti, ma quando invece si svolge un compitino che pare più un dettato che altro le conseguenze sono, solitamente, catastrofiche.
Certo non si può parlare di catastrofe in questo caso; il JTQ ha grandi capacità tecniche e un’ottima verve creativa. Ma il disco suona come un anacronismo, già sentito, freddo e impersonale.

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Contro

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