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The Jilted Generation

Esiste un gruppo che paradossalmente mette d’accordo un’intera generazione. Chiunque sia cresciuto negli anni novanta infatti, partendo dal trucido metallaro barbone ricoperto di pelle e borchie, fino al coatto di periferia dalla mutanda ascellare rigorosamente firmata, l’occhiale sgargiante e la postura da gringo del far west, difficilmente potrà dire di non essersi mai scatenato selvaggiamente su un brano come “Smack My Bitch Up” o di non essersi lasciato andare tra gli psichedelici flutti di “Narayan”.

Big beat & Rave party
I Prodigy, insieme agli altri grandi esponenti del big beat come Chemical Brothers e Fatboy Slim, sono riusciti a portare sotto la grande lente di ingrandimento dei mass media la sottocultura giovanile dei ravers.
Il fenomeno dei rave party nasce negli Stati Uniti durante gli anni ottanta per poi diffondersi in Europa e soprattutto in Gran Bretagna: qui, grazie al forte influsso della cultura psichedelica figlia degli anni settanta, nasce il duraturo binomio droghe-rave illegali. La dura repressione governativa porta infatti alla chiusura dei club e obbliga le persone a proseguire le loro feste fuori dalla città prediligendo location industriali come le fabbriche.

Con la momentanea invasione di un’area industriale ormai in disuso si voleva stigmatizzare la condizione sociale di migliaia di operai disoccupati e celebrare la liberazione dell’uomo dal giogo del lavoro, la “macchina” quindi veniva riutilizzata come nuova fonte di vita e di espressione musicale.
I Prodigy sono nati in questo fervido clima, dall’incontro casuale dei tre membri fondatori (Liam Howlett, la vera mente dietro al progetto, Keith Flint e Leeroy Thornhill) proprio in un rave party a Braintree, nell’ Essex inglese. L’obiettivo era quello di formare un gruppo di dj-musicisti-ballerini all’insegna di una musica nuova supportata da uno show tutto nuovo che avrebbe conquistato la scena underground dei rave.

Firestarters
Ma cosa rende tanto speciale il gruppo di Liam Howlett ? Perché riscuote un così grande successo e ha un così grande seguito?
I Prodigy più dei Chemical Brothers, di Fatboy Slim, e non ci scordiamo dei Crystal Method, hanno dalla loro una componente fondamentale: l’attitudine. Assistere ad un live dei Prodigy non è come andare ad un qualsivoglia dj set di un qualsivoglia gruppo o artista. I Prodigy, sotto un apparente velo di suoni elettronici, di pad e di sintetizzatori, nascondono, neanche poi troppo, un’ anima sostanzialmente rock. Come quella del vocalist Keith Flint che con le sue acconciature e i suoi tatuaggi sembra uscito dalla Londra punk di fine anni settanta. Per non parlare delle folle oceaniche woodstockiane che il gruppo smuove continuamente come neanche i Led Zeppelin o i Deep Purple a suo tempo sapevano fare.

Non ci stupiamo quindi di vederli condividere il palco con mostri sacri della musica “altra” come Metallica o AC/DC negli importanti festival estivi europei e non, e non ci stupiamo neanche della loro rumorosa presenza negli i-Pod dei giovani metallari barbuti pieni di pelle e borchie e in quelli dei vistosi coatti di borgata, sì proprio quelli dalla mutanda firmata, l’occhiale sgargiante e la camminata alla Clint Eastwood, perché i Prodigy sono a tutti gli effetti le rockstar della musica elettronica.

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