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The John Fear: La storia di John

Ci troviamo a parlare con Edo, il chitarrista dei The John Fear, una band genovese che desta molto interesse nel panorama musicale italiano per la sua ecletticità e particolarità. Andiamo a scoprire insieme i segreti della nascita di questo gruppo e i loro progetti per il futuro.

Presentati alla nostra folla: raccontaci questa esperienza al MEI!
In realtà il MEI è stata una sveltina! Infatti è più la preparazione che il live, perché qui suoni solo per un quarto d’ora! È stata una cosa “mordi e fuggi”….sono sceso dal palco e mi sembrava di esserci appena salito! La cosa particolare è che al MEI ero venuto anni fa come addetto ai lavori perche lavoravo in radio (Rock FM) e collaboravo con la rivista Rock Sound, è stato curioso quando mi hanno detto che avrei suonato qui, ora sono dall’altra parte della barricata!

Chi vi ha chiamato per suonare al MEI?
In realtà io avevo organizzato un concerto per stasera a Milano che aveva varie valenze: il nostro concerto, ma prima di tutto la cena-raduno con gli ex ascoltatori di Rock FM, una cosa che ogni tanto facciamo. Ho pensato di far suonare dal vivo il mio gruppo e di farlo sentire ai miei ex ascoltatori per valutare dal vivo il feedback, il tutto in una sorta di clima familiare. Inoltre, essendo a Milano, lo volevo trasformare anche in una sorta di showcase. Il problema è sorto quando ho realizzato che in contemporanea c’era il MEI, me ne sono reso conto dopo! I ragazzi di Metatron mi hanno consigliato di partecipare al MEI perché tutti gli addetti ai lavori e gli appassionati di musica sarebbero stati lì, così il concerto-cena è saltato.

Parliamo ora del vostro sound, che prima era molto diverso…
Assolutamente. Prima ci chiamavamo anche in un altro modo e facevamo un’altra musica, perché noi nasciamo per sonorizzare un rockumentario, che in realtà è un mockumentario, documentari sulle persone che non esistono! Abbiamo inventato un rocker, perché io, tra le altre cose, collaboro con un gruppo di videoamatori indipendenti, La Bernarda Prod – Action, e con loro ho creato questo personaggio immaginario: Pasquale & the Acamporas.
Questa avventura nasce a Sanremo: giravamo per le strade della città e facevamo credere alla gente che questo Pasquale fosse veramente un personaggio famoso: incredibile, la gente lo fotografava, gli chiedeva l’autografo! Per fare il filmato io volevo assolutamente che questo rocker avesse anche una sua vita musicale live: abbiamo quindi scritto le canzoni, abbiamo formato il gruppo e fatto i concerti con lui che cantava in playback, ma in playback dal vivo: il vero cantante era chiuso nei cessi con il radiomicrofono!!! Abbiamo fatto 2 o 3 live perché mi servivano le immagini da utilizzare nel video. Poi il documentario è andato avanti, abbiamo intervistato vip e personaggi famosi… quando ho finito le due o tre date che avevamo organizzato, ho radunato i miei amici e li ho ringraziati per essersi prestati al “gioco” e loro mi hanno detto che si stavano divertendo e mi hanno chiesto: “perché non andiamo avanti?”. Così abbiamo scritto altre canzoni, ma per avere una loro identità erano sulla falsa riga del rock italiano di quelle presenti nel documentario che stavamo facendo, che alla fine ci stava stretto… ad un certo punto soprattutto io e il chitarrista, che ci conosciamo da 15 anni e che abbiamo condiviso quasi tutte le nostre esperienze musicali, abbiamo constatato che non ci piaceva suonare quel genere musicale. Volevamo suonare qualcosa di meno commerciale ma che sentivamo davvero: se suoni quello che veramente desideri alla fine riesce anche meglio. Allora abbiamo iniziato a scrivere questi pezzi e abbiamo anche un po’ assestato la formazione con membri che sono più vicini al progetto.

Chi scrive i pezzi?
Generalmente un pezzo parte da una mia idea che porto in sala dove tutti gli altri me la violentano e ne fanno qualcos’altro. È anche giusto perché non vorrei fare un disco come Axl Rose! Non voglio una one-man band, anzi, mi piace molto sentire nei brani quello che ci hanno messo gli altri accrescendo e modificando la mia idea di base.

Parlami della voce…
La voce è quella di Aldo che è un cantante molto talentuoso, particolare ed eclettico. Infatti lo sfrutto tantissimo sia per fare l’acustico lento melodico, sia per i pezzi che richiedono una voce più potente. Mi sento tranquillo ad avere un cantante così perché so di potergli far cantare qualsiasi cosa: non si ferma davanti a niente! Anche dopo 12 ore di registrazione o dopo una serata ha sempre la voce decisamente in forma e questo non è un elemento da sottovalutare.
Prima avevamo un cantante diverso che poi ha avuto dei problemi familiari e abbiamo preso la palla al balzo: visto che dovevamo prenderne un altro, siamo andati in questa direzione.

Invece cose mi racconti del vostro demo?
Il demo, “Crocodile Tapes”, è veramente un demo, non un album. Proprio perché voglio che sia un demo ho inserito anche una traccia biografica: al posto di dare in giro la cartella stampa, ci sono 5 minuti di registrazione nei quali senti quasi tutto il demo raggruppato con la voce del mio esimio ex direttore artistico, Marco Garavelli di Rock FM, che gentilmente si è prestato per questa cosa.
Sai quante volte mi son trovato a dover recensire un album o un demo non avendo tempo? Pensavo “poterlo sentire in 5 minuti sarebbe l’ideale”… allora con il mio demo in 5 minuti riesci a farti un’idea e poi scegli bene cose ascoltare.
L’abbiamo fatto con Nicola Sannino che è un altro dei miei “fratelli”, amici fraterni con i quali sono cresciuto. Lui era il mio regista ai tempi di Radio Eclisse quando a 18 anni facevo radio a Sestri Levante. Poi si è specializzato come tecnico del suono e allora mi sono rivolto a lui per fare le registrazioni. Abbiamo registrato nel periodo nel quale stava chiudendo la radio, quindi avevo la testa assolutamente da un’altra parte… però le canzoni le facevo abbastanza meccanicamente ormai… cioè, è sempre un emozione suonarle però riesco a farle anche senza tutta l’attenzione che ci devi mettere le prime volte che le suoni.
[PAGEBREAK] Non lavori più in radio?
Adesso sto facendo una rubrica su Radio Lombardia, Undressed, dove sempre con i The John Fear “spogliamo” i pezzi più belli del rock in versione acustica. Naturalmente devono essere pezzi difficili, come alcuni degli Iron Maiden.
Ci piace la sfida!

Cosa mi dici delle cover che avete inserito?
Innanzitutto ti devo dire che l’elenco delle canzoni è in ordine alfabetico perché abbiamo lasciato che fosse il fato a scegliere la tracklist, anche se potrei approfittare della mia esperienza da dj, però ho voluto lasciarla così, mi piaceva. Le cover sono un gioco di cui naturalmente abbiamo bisogno per i live perché andare a fare un concerto di un’ora e mezza solo di pezzi tuoi è abbastanza difficile, soprattutto adesso… Quindi abbiamo parecchie cover, solo che poi finiamo per interpretarle a tal punto che le sentiamo nostre e quindi ne abbiamo scelto qualcuna più rappresentativa per il cd. Tra l’altro, scegliamo pezzi distanti dalle nostre corde, come Bjork oppure Adamski, anche se per un certo periodo sono stato un fan di musica elettronica! Quel pezzo è pazzesco perché è un pezzo rock: ha sbagliato Adamski, non lo doveva fare!

Quindi voi gli avete dato questa chiave di volta rock…
Sì, anzi io spero che lui un giorno la senta e che mi dica che è così che la voleva fare!

Quali influenze ci sono nei vostri brani?
Le influenze di questo gruppo e di questa situazione sono sicuramente i Queens of The Stone Age. Quando abbiamo deciso di suonare e di cambiare stavamo provando delle grosse emozioni per la discografia dei Queens of The Stone Age! Lo stoner ci ha sempre divertito e ci è sempre piaciuto! Questo è il punto di partenza, però ovviamente se tu senti i the John Fear i Queens of The Stone Age li senti abbastanza lontanamente, non sono la preponderanza, non è un disco stoner. Ma possiamo dire che il tipo di approccio è quello, poi inevitabilmente ci buttiamo dentro tutto quello che sentiamo al momento, quindi ci trovi del punk, ci trovi un velo di grunge, anche se non sono mai stato un amante di questo genere…

Quali sono le tue aspettative per il futuro?
Speriamo tanto di riuscire a trovare l’etichetta per produrre magari un disco ben fatto! Io metto a disposizione la mia esperienza nel campo radiofonico, quindi so quello che i gruppi non devono fare. Un passaggio radiofonico non cambia niente, bisogna fare una cosa massiccia, ma questo in realtà è alla base del marketing in generale. Non bisogna uscire una volta, fare una piccola cosa o una singola cosa, si deve uscire in modo massiccio ovunque: devi essere in radio, sui siti, sui giornali, sui palchi.
Questo è il modo per cominciare a farti conoscere e per cominciare ad essere presente. Spesso vedevo gente che faceva di tutto purchè io gli passassi una volta il pezzo in radio! Ma non bisogna ostinarsi con la radio per farsi trasmettere una volta il pezzo solo per farlo sentire agli amici! Bisogna avere un progetto completo, ed è quello che voglio fare io.
Non sono mai stato tanto orgoglioso di una cosa che ho fatto, quanto meno musicalmente parlando. Sono arrivato al punto di crederci così tanto da sperare e da credere realmente che possa interessare, ovviamente non a tutti, ma spero che il nostro lavoro possa rientrare fra i dischi rock trasmettibili.

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