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    The Kovenant

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La svolta dei The Kovenant all’industrial

Ed eccoci per l’ennesima volta all’infinita diatriba sul vero significato della parola black metal. Iniziamo subito col dire che questo non è un album di Black Metal: i nuovi Kovenant sono tutto fuorché Black Metal per il semplice fatto che in questo album non hanno voluto suonare black. In effetti potete aspettarvi di tutto da questo cd: tutto all’infuori di questo, in quanto il nuovo corso della band è approdato ad altri lidi musicali. Di sicuro i puristi del genere storceranno il fatidico naso all’idea di vedere un’icona della musica estrema come Hellhammer, programmare e campionare suoni che si addicono più al reverendo Manson che ad altri ma cosa ci volete fare, ognuno è libero di fare ciò che più gli piace e non per questo deve per forza essere additato come un traditore. Alla fine è la musica che deve parlare per se stessa, nient’altro; se poi “l’evoluzione musicale” è davvero sentita e non programmata a tavolino, be’, ancora meglio, altrimenti peggio (o meglio, secondo i casi) per loro. Lasciando ad ognuno la libertà di pensare ciò che vuole a riguardo, veniamo finalmente all’album. Il disco è un incrocio sonoro tra il metal che al giorno d’oggi piace tanto ai ragazzini USA e certe soluzioni, soprattutto a livello di orchestrazioni, che ricordano vagamente i Therion. Nelle 10 tracce che compongono il lavoro vi sono molte influenze industrial, che danno un non so che di vivace al tutto, anche se in alcuni momenti si rischia di cadere nel già sentito, soprattutto a livello di soluzioni sonore e di struttura dei brani (vedi lo stesso Manson oppure Rob Zombie). La cosa che più mi ha colpito è la capacità di mescolare cosi tanti stili diversi, mantenendo allo stesso tempo una struttura di song ben definita ed evitando di farli cozzare gli uni con gli altri. È innegabile comunque che quest’album non sia stato fatto con lo stesso stato d’animo che aveva partorito dischi decisamente più oscuri ed estremi come i lavori precedenti, soprattutto il primo. In alcuni episodi, non ci crederete, si respira un’aria quasi allegra!!! “New World Order”, col suo tappeto sinfonico e l’incedere molto “The Beautiful People” può essere presa da esempio per capire un album come questo, fatto di opposti e forse di contraddizioni, che potreste amare alla follia come odiare per sempre, ma che sicuramente non passerà inosservato. Conclusione: se volete sperimentare andate sul sicuro, altrimenti lasciate perdere, forse l’ultimo Limbonic Art potrebbe fare maggiormente al caso vostro.

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