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  • The Last Shadow Puppets: The Age Of The Understatement

    The Last Shadow Puppets

    Data di uscita: 15-04-2008

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Back to the beat

Sul fatto che Alex Turner fosse un piccolo genietto non avevamo dubbi, nonostante la recente indigestione mediatica in stile “Arctic Monkeys santi subito”. Ma sulla capacità del nostro di scrivere canzoni degne di tale nome e sulla sua qualità di vocalisti neo-bohème non c’è da discutere, soprattutto considerandone la giovane età. Niente a che vedere, dunque, con giovani fuochi di paglia libertini, ma un musicista ed autore che si suda il proprio pane.

Succede che giovani talenti ne incontrino altri sulla loro via, e succede che scoprano la passione comune per un certo tipo di suoni… ed è così che nascono gioiellini come il lavoro d’esordio dei The Last Shadow Puppets, ragione sociale che accomuna il nostro a Miles Kane, leader dei poco conosciuti ma molto promettenti The Rascals.

Esce così, da casa Domino, “The Age Of The Understatement”, disco d’esordio del duo più chiacchierato del momento, bomba ad orologeria per le mode a venire. Un gioiellino fatto di chitarre jingle jangle che fanno da canovaccio per le voci 60′s e in continuo rincorrersi di quarte e assonanze dei due. Come se questo non bastasse a mettere abbastanza polvere da sparo per il lancio del disco pop perfetto, i nostri decidono di infarcire i pezzi di arrangiamenti per archi e orchestra in perfetto Morricone’s style, roba da fare invidia al Phil Spector più barocco della “Let It Be” era.
[PAGEBREAK] Già dal singolo apripista, prima traccia dell’album nonché proprietaria del titolo dell’album stesso, si annuncia lo spleen dei pezzi a seguire. Un andamento che sta lì a guardarti indeciso tra il power pop di matrice beat, le aperture di stampo classica/post, ed un testo mai banale che chiede di essere cantato (“Affection to rent the age of the understatement/Before this attraction ferments/Kiss me properly and pull me apart“). Il susseguirsi di emozioni che ci regalano pezzi come “Standing Next To Me” (perfetta e di beatlesiana memoria) o “Separate And Ever Deadly” (che ricorda da vicino il Bowie meno checca e più psichedelico). Un viaggio emozionante che si conclude con l’epica acustica di “The Time Has Come Again”, a mettere il cappello ad un lavoro pop-barocco praticamente perfetto.

Il risultato è un disco che riporta alla memoria le colonne sonore degli spy movies anni ’60/’70, quegli arrangiamenti a metà strada tra il pop chitarristico col caschetto e gli albori del funk melodico a venire. Il tutto riletto in chiave moderna ma non troppo, ed interpretato dal perfetto incastro vocale tra Turner e Kane, che non giocano a fare i crooner, ma si adagiano tra le melodie ed i ritmi sincopati che compongono le canzoni.

Tempo di allacciare stretti, dunque, i cappotti neri da mod, dare una sistemata al caschetto e prepararsi a farsi travolgere dal mix di malinconia e ritmo che ci regalano questi dodici brani fuori dal tempo.

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